
VITERBO – I recenti crolli ben rappresentano, oltre che strutturalmente, anche metaforicamente l’essenza di una città in stato terminale.
Crolli, sporcizia, degrado, abbandono, delinquenza, mancanza di servizi essenziali, viabilità da rivedere… e si potrebbe continuare.
Troppo facile scaricare la colpa sull’attuale amministrazione, che di certo, comunque, non sta brillando. Ancora più semplicistico dare la colpa al Covid.
Il problema di Viterbo parte da lontano. Quando è iniziato lo sfacelo? Come è possibile che una città così bella sia così trascurata?
A mio avviso tutto è iniziato quando i viterbesi hanno perso la loro consapevolezza e la loro coscienza, votando il meno peggio, anteponendo il piccolo favore personale al benessere collettivo, iniziando a concepire la politica come “guerra tra bande” e “tifo da stadio” attaccando, denigrando, insultando chi la pensa diversamente.
In questo clima si è fatta strada una classe politica mediocre, perché professionisti, imprenditori, manager, hanno preferito dedicarsi ai propri affari piuttosto che competere con il ras di turno e i suoi scagnozzi.
Abbiamo una politica chiamata a decidere che non decide (vedi Talete). Una politica concentrata sul tirare a campare e al vivacchiare giorno per giorno, senza idee e senza prospettive. Se io chiedessi ad alcuni, così, a bruciapelo, come immaginano Viterbo da qui a cinque anni, molti non saprebbero nemmeno cosa rispondermi.
Per questo credo sia arrivato il momento della coscienza, della conoscenza, della consapevolezza e della responsabilità.
Perché “meritocrazia” e “futuro” sono parole vuote se le persone perbene decidono di voltarsi dall’altra parte. Vuote, se quando si è nella cabina elettorale, e si vota tappandosi il naso in vista di una promessa o di un tornaconto personale.
Perché o si cambia o quello che rimarrà saranno le macerie.


















