
Il morto è sulla bara: Viterbo non ha i connotati di un capoluogo. Lo è sulla carta, nel mare sterile degli incartamenti burocratici ma lì si ferma, niente più.
La consapevolezza del dato è diffusa, al punto che lo stesso Leonardo Michelini, nei giorni gloriosi della sua campagna elettorale, aveva messo tra le mete da segnare quella di ridare alla città dei papi il suo ruolo di centralità e di propulsore dell’intera Tuscia.
E invece la propulsione del “raggio-missile” guidato da Michelini non basta neanche a se stesso. La città più grande del Viterbese ristagna, non sembra aver trovato ancora una rotta e in tre anni l’impatto del governo Michelini su questo obiettivo potrebbe essere stimata, senza fargli torto, pari a zero. Eravamo un capoluogo formale sulla carta fino al 2013 e abbiamo continuato a esserlo a 2016 inoltrato.
La questione è così evidente e il bisogno di dare una sterzata tanto sentito che il voto dei viterbesi al sondaggio sul masterplan, in corso in questi giorni, alla domanda: “Su quale identità deve puntare Viterbo?”; hanno risposto in maggioranza: “Il cuore della Tuscia”.
Già la Tuscia non ha un cuore. Non ha un centro morale né di pensiero nel suo capoluogo formale. Niente è fatto per invertire la tendenza e così da Proceno a Calcata tutto somiglia a un paesone.


















