Viterbo si dà un tono (di cultura): il 2033 è già qui
Saluti istituzionali
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Il 2033 è lontano, direte voi. E forse avete ragione. Ma intanto, se non altro, Viterbo ha smesso di guardarsi allo specchio e ha iniziato a provare a fare qualche passo di danza, sperando che, da qui a sette anni, il ritmo non diventi troppo frenetico da far perdere il fiato ai ballerini. Per ora, il sipario si chiude su una città che ha voglia di farsi bella. E, in fondo, che male c’è a sognare in grande? Al massimo, ci si sveglia con la voglia di aver fatto qualcosa di buono.

VITERBO – Questa domenica appena passata, il Teatro dell’Unione ha vissuto una di quelle giornate che, a voler essere pignoli, farebbero venire il mal di testa a un filosofo, ma che a voler essere ottimisti fanno bene al morale. Si è tenuta la «Festa della Candidatura» a Capitale Europea della Cultura per il 2033. Ora, sia chiaro: il 2033 pare una data da fantascienza, di quelle in cui le automobili voleranno e i sogni saranno tutti realizzati via app, ma qui si è deciso di giocar d’anticipo, non si sa mai.

Il Teatro, per l’occasione, è diventato una sorta di alveare. La Sindaca, con piglio che non ammette repliche, ha parlato di una «visione condivisa del futuro». Il Vicesindaco, dal canto suo, ha fatto gli onori di casa correndo da una parte all’altra tra un’aria di Puccini e un assolo di jazz manouche, che per un orecchio poco avvezzo alla contaminazione potrebbe sembrare un bell’esercizio di ginnastica mentale.

La faccenda è stata questa: dieci realtà culturali del territorio si sono date appuntamento per dimostrare che la Tuscia non è solo un posto dove si mangia bene e si dorme meglio, ma un fulcro di creatività che scalpita (più o meno). E così, tra un estratto di Parenti Serpenti — che, a dirla tutta, in una famiglia ideale è sempre un classico — e le sonorità barocche di Stradella, il pubblico, numeroso e curioso, è stato preso per mano in questo viaggio tra i secoli.

C’è stata la cittadella della cultura nel foyer, con documentari che scorrevano fluidi, libri che venivano presentati e danzatori che si muovevano tra jazz e blues con una disinvoltura che a me, che inciampo pure sul tappeto di casa, fa una certa invidia. E per non farsi mancare nulla, la serata è scivolata via verso il Palazzo di Federico II, dove la danza contemporanea ha dialogato con le pietre antiche e i suoni elettronici. Un intreccio che, a vederlo, ti fa pensare che forse il passato e il presente non siano poi così lontani, basta solo trovare il ritmo giusto per farli ballare insieme.

La Sindaca è raggiante: la partecipazione, dice, è la prova che questo progetto appartiene a tutti. E forse è vero. Magari, tra una performance e l’altra, qualcuno avrà anche pensato che, oltre a diventare «Capitale Europea», sarebbe già un bel successo riuscire a mettere d’accordo tutti sul colore delle tende da cambiare in salotto. Ma tant’è: il Vicesindaco parla di «grande energia creativa» e, a guardare quella folla che si accalcava per non perdersi un passo di danza o una nota di chitarra, viene quasi da crederci.

Il 2033 è lontano, direte voi. E forse avete ragione. Ma intanto, se non altro, Viterbo ha smesso di guardarsi allo specchio e ha iniziato a provare a fare qualche passo di danza, sperando che, da qui a sette anni, il ritmo non diventi troppo frenetico da far perdere il fiato ai ballerini. Per ora, il sipario si chiude su una città che ha voglia di farsi bella. E, in fondo, che male c’è a sognare in grande? Al massimo, ci si sveglia con la voglia di aver fatto qualcosa di buono.

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Angel porta un messaggio divino fra gli uomini, che non lo capiscono; o lo capiscono troppo tardi. Non lo hanno capito neppure a Radio1 Plot Machine…
Un uomo che ha capito che tutto il successo del mondo non vale quanto la possibilità di riposare all'ombra di un castagno che hai piantato con le tue mani.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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