

La parola Viterbo è uscita dai radar della crisi e insieme ad essa scompare la vocazione al bene comune. È così, e non solo perché mezza maggioranza, nel momento cruciale in cui si doveva ridefinire l’alleanza e far pace per riprendere a lavorare, è volata a Bruxelles per accompagnare il sindaco Leonardo Michelini e il suo vice Luisa Ciambella impegnati in un viaggio istituzionale. Lo è anche perché la parola Viterbo è scomparsa pure dalle motivazioni di resa dei sette serra panunziani costretti a sostenere Michelini per volontà del Partito nazionale e regionale.
Viterbo scompare sotto la crisi politico amministrativa del centrosinistra. Non si tratta di una argomentazione viterbocentrista, ma semplicemente di un dato di fatto perché Viterbo non è al centro delle proprie decisioni, non essendo nemmeno il posto dal quale partono.
Viterbo così rimane sullo sfondo di un viaggio fuori luogo (dei fioroniani), di una pace forzata dai rapporti di partito (dei serrapanunziani), di una gestione dei rapporti superficiale (del sindaco) che potrebbero portare entro poche settimane a rompere il precarissimo equilibrio che sta maturando regalando la Città ad un lungo, lunghissimo, commissariamento prefettizio.
Ma non è Viterbo ad essere scomparsa. È la vocazione all’interesse collettivo che si è dissolta durante questa crisi per la quale nessuno ha avuto il coraggio di mettersi davvero intorno a un tavolo per decidere cosa fare, nell’interesse pubblico.

















