

IL DOMENICALE – Proviamo per una volta a partire non dai finanziamenti ma dall’obiettivo: prendere una parte degli immobili inutilizzati di Viterbo e farli tornare a essere case, botteghe, laboratori, luoghi di lavoro e servizi, senza immaginare un gigantesco acquisto pubblico e senza aspettare che il mercato risolva spontaneamente una situazione che in alcuni casi dura da decenni.
Il progetto potrebbe chiamarsi Viterbo Riabita e cominciare da un’operazione apparentemente modesta: conoscere ciò che esiste.
Entro sei mesi si potrebbe costruire, limitatamente in una prima fase al centro storico, un censimento degli immobili in evidente stato di inutilizzo o degrado, distinguendo proprietà pubbliche e private, residenziale e commerciale, immobili immediatamente recuperabili e situazioni che richiedono interventi strutturali rilevanti. Non servirebbe violare la riservatezza di nessuno; servirebbe produrre una fotografia urbanistica sulla quale impostare le politiche successive.
Il secondo passaggio sarebbe aprire una manifestazione di interesse volontaria rivolta ai proprietari. Chi possiede un appartamento, un piccolo palazzo o un locale chiuso e non dispone delle risorse necessarie per recuperarlo potrebbe dichiararsi disponibile a valutare una convenzione, un comodato o un progetto di autorecupero, mantenendo la proprietà del bene. Non si partirebbe da zero.
La legge regionale del Lazio numero 55 del 1998, successivamente modificata, disciplina l’autorecupero del patrimonio immobiliare e assegna priorità agli immobili situati nei centri storici, mentre per gli immobili privati permette agli enti pubblici di formulare una proposta di recupero in cambio di un comodato d’uso per il tempo necessario a compensare le spese sostenute (comunque non superiore a diciotto anni), trascorsi i quali l’immobile torna nella piena disponibilità del proprietario. È un meccanismo interessante proprio perché non richiede necessariamente l’acquisto.
Il terzo elemento sarebbe creare un incontro tra immobili e bisogni reali, perché non avrebbe alcun senso recuperare cinquanta appartamenti senza sapere chi potrebbe abitarli. Una parte potrebbe essere destinata, attraverso gli strumenti giuridicamente applicabili, a studenti, giovani lavoratori e nuclei che cercano abitazioni a canone sostenibile; un’altra ai servizi e al lavoro, mentre i locali commerciali potrebbero entrare in un circuito di utilizzo temporaneo destinato ad artigiani, professionisti, microimprese e attività sperimentali.
Il quarto passaggio riguarderebbe gli incentivi. Qualunque agevolazione comunale consentita dall’ordinamento avrebbe senso soltanto se collegata a un risultato verificabile: immobile recuperato, contratto registrato, attività effettivamente aperta, periodo minimo di utilizzo. In questo modo il sostegno pubblico non premierebbe semplicemente il possesso di un edificio degradato, ma la sua restituzione a una funzione.
Parallelamente resterebbe distinto il problema degli edifici che presentano rischi per la sicurezza, per i quali esistono responsabilità dei proprietari e strumenti amministrativi che non possono essere confusi con le politiche di incentivo.
Infine, servirebbero obiettivi pubblici. Una prima sperimentazione potrebbe avere un orizzonte di due anni, con una platea limitata e risultati misurabili: numero degli immobili censiti, proprietari disponibili, accordi firmati, unità effettivamente recuperate, nuovi residenti, locali riaperti, costo pubblico medio per ogni immobile rimesso in uso.
Se il modello funziona si amplia; se non funziona si modifica o si chiude. È forse questa la differenza più importante rispetto alle tante politiche di rigenerazione raccontate attraverso la quantità di denaro stanziata: il successo non sarebbe spendere un milione di euro, sarebbe sapere quanti metri quadrati prima inutilizzati sono tornati a produrre vita dopo averlo speso.
Viterbo ha già iniziato a intervenire sulle regole urbanistiche: nel luglio scorso il Consiglio comunale ha adottato una delibera che amplia le possibilità di cambio di destinazione d’uso con l’obiettivo dichiarato, tra gli altri, di aiutare il commercio del centro storico. Il passo successivo può essere capire come trasformare quella maggiore flessibilità in utilizzo effettivo, perché rigenerare non significa rendere più bello ciò che era brutto, ma significa far tornare utile ciò che era diventato inutile.

















