

ANALISI – Per mesi La Fune e Il Domenicale hanno chiesto di restituire ai cittadini e alle nuove generazioni edifici pubblici inutilizzati e spazi abbandonati. L’affidamento dell’ex Zaffera e della Pensilina del Sacrario alla Biblioteca Consorziale rappresenta finalmente un primo passo verso una città che investe sulla cultura, sulla partecipazione e sulla presenza dei giovani nel centro storico.
Per una volta non si tratta di inaugurare una nuova colata di cemento, di progettare l’ennesima struttura destinata a restare vuota o di discutere per anni su cosa fare. Per una volta si parla di restituire alla città ciò che già esiste. E soprattutto di restituirlo ai giovani.
Da mesi, sulle pagine de La Fune e del Domenicale, torna una riflessione semplice ma decisiva: Viterbo non ha bisogno soltanto di eventi. Ha bisogno di luoghi. Luoghi dove stare, studiare, incontrarsi, progettare, creare comunità. Luoghi che oggi troppo spesso mancano.
Per anni abbiamo assistito al paradosso di una città che si lamenta della fuga dei giovani ma lascia chiusi, degradati o sottoutilizzati edifici pubblici che potrebbero diventare spazi di aggregazione, laboratori culturali, centri di innovazione sociale, luoghi di studio e di incontro. Una città che vede svuotarsi il centro storico mentre decine di immobili pubblici attendono una destinazione.
Per questo la decisione di affidare alla Biblioteca Consorziale l’ex Zaffera e la Pensilina del Sacrario rappresenta qualcosa di più di una semplice scelta amministrativa. È il segnale che finalmente si è compreso che il recupero urbano non consiste soltanto nel restaurare muri, ma nel dare una funzione sociale agli spazi. Le parole utilizzate dall’amministrazione comunale parlano di cultura, partecipazione, innovazione, apertura ai giovani. Concetti che negli ultimi anni sono spesso rimasti confinati nei convegni o nei programmi elettorali. Ora dovranno trasformarsi in realtà.
L’ex Zaffera, ospitata nello storico complesso di San Bernardino, diventerà uno spazio multimediale dedicato soprattutto alle nuove generazioni. La Pensilina del Sacrario sarà invece trasformata in un centro dedicato alla biodiversità e all’educazione ambientale. Due progetti diversi ma accomunati dalla stessa filosofia: riportare vita dove oggi esiste soltanto una memoria del passato. È esattamente ciò che serviva.
Perché il problema di Viterbo non è soltanto economico. È anche relazionale. Molti ragazzi non trovano spazi dove costruire legami, sviluppare idee, esprimere creatività. La città offre scuole, università, associazioni, ma spesso manca quel tessuto di luoghi aperti e accessibili che nelle città più dinamiche costituisce il cuore della vita comunitaria. Non è un caso che le città europee che riescono a trattenere i giovani investano sempre meno nelle opere monumentali e sempre più negli spazi condivisi: biblioteche aperte fino a sera, hub culturali, coworking pubblici, laboratori creativi, centri civici multifunzionali.
Perché recuperare due edifici è importante, ma non basta. Viterbo è piena di immobili pubblici sottoutilizzati, di locali chiusi, di spazi dimenticati che potrebbero diventare luoghi di socialità, cultura e innovazione. L’ex Zaffera e la Pensilina dovrebbero rappresentare il primo tassello di una strategia più ampia: riportare vita nei vuoti urbani e trasformare ciò che oggi è abbandono in opportunità.
Se davvero si vuole contrastare lo spopolamento del centro storico e la fuga delle nuove generazioni, occorre continuare su questa strada. Ogni edificio recuperato deve diventare un pezzo di città restituito ai cittadini. Ogni spazio riaperto deve diventare un’occasione per costruire comunità.
Per troppo tempo Viterbo ha considerato i giovani un problema da gestire. Forse è arrivato il momento di considerarli una risorsa su cui investire. L’ex Zaffera e la Pensilina del Sacrario possono diventare il simbolo di questo cambio di mentalità. Non perché risolveranno da soli i problemi della città, ma perché dimostrano che una strada diversa è possibile: meno abbandono, meno immobilismo, meno nostalgia. Più fiducia, più partecipazione, più futuro. E, soprattutto, più città. Perché una città vive davvero soltanto quando i suoi spazi tornano ad essere abitati dalle persone. E tra queste persone devono esserci, prima di tutto, i giovani.

















