Viterbo, la memoria amputata: l’oblio della Fontana di Ercole
Ercole
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Recuperarla? Ricostruirla? Sarebbe il segno che Viterbo ha deciso, finalmente, di guardare al proprio passato non come a un peso di cui liberarsi, ma come a una radice da cui tornare a germogliare.

SPECIALE – Siamo a Viterbo, nel cuore pulsante di Piazza del Plebiscito, quella che noi chiamiamo, con una punta di affetto un po’ distratto, Piazza del Comune. Oggi la vediamo dominata dalla severità dei palazzi, un palcoscenico di pietra che sembra attendere qualcosa. Ebbene, quel qualcosa c’era, ed era magnifico. C’era un Ercole. Un Ercole di marmo, vigile, che presidiava il centro del mondo viterbese da una fontana che non era solo un manufatto, ma un manifesto d’identità.

Dov’era? Era lì, al centro della piazza, dove oggi il vuoto sembra quasi farci sentire il peso della sua assenza. Era una di quelle macchine scenografiche rinascimentali che i nostri avi sapevano costruire con una sapienza che oggi ci pare aliena. Non era una fontana da parco pubblico, era una dichiarazione politica. Ercole, il fondatore mitico, l’eroe che vince la fatica e domina la natura, stava lì a ricordare alla città chi era e da dove veniva. Era l’icona del potere civico, il punto di fuga di ogni sguardo che percorreva il corso.

Come era fatta? Immaginate una struttura che dialogava con la pietra dei palazzi circostanti. Non abbiamo una fotografia –  la macchina fotografica è arrivata troppo tardi per salvarla – ma abbiamo le cronache e i disegni. Era un insieme di vasche, di mascheroni, di volute che portavano l’acqua – quella benedetta acqua viterbese che era la vera anima di questa città – a zampillare come un inno. Era un’opera che mescolava la robustezza del peperino con la levigatezza del marmo, un dialogo tra la terra e il cielo.

E allora, perché non c’è più? Perché l’abbiamo fatta sparire? Qui entriamo nel capitolo più dolente, quello che io chiamo il “cimitero delle vanità amministrative”. Nel corso dei secoli, il gusto è cambiato. Quella fontana, col tempo, è diventata “ingombrante”. Non era più al passo con la moda, non serviva più al traffico che cominciava a fremere, è stata considerata un ostacolo al decoro “moderno”. E così, pezzo dopo pezzo, è stata smembrata. Un capitello qui, una vasca là, il busto dell’eroe finito, chissà, in qualche deposito umido o, peggio ancora, trasformato in materiale di risulta per qualche cantiere senza arte né parte.

L’abbiamo uccisa per negligenza, per quella forma di oblio autoinflitto che è la malattia delle nostre città storiche. Abbiamo confuso il rinnovamento con la cancellazione. E oggi ci ritroviamo con una piazza bellissima, certo, ma amputata di un pezzo della sua anima, come un corpo a cui è stato sottratto il cuore.

Recuperarla? Ricostruirla? Sarebbe il segno che Viterbo ha deciso, finalmente, di guardare al proprio passato non come a un peso di cui liberarsi, ma come a una radice da cui tornare a germogliare. Perché la storia, cari amici, non è mai un reperto da chiudere in una teca. È un racconto che, se interrompiamo, finiamo per smettere di essere noi stessi. Ma possiamo stare tranquilli non la ricostruiranno mai, farà scudo il solito mantra: non ci sono i soldi.

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
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