

STORIE – Dico subito che il Nostro, il Gabriele nazionale, quello che amava profumarsi di vento e di lussuria, con Viterbo ebbe un commercio di sensi e di penna che definirei, con licenza parlando, di un’intensità quasi ferina. Non era tipo da gite fuori porta con la frittata nel tovagliolo, il D’Annunzio. Quando scendeva nel Lazio “etrusco”, lo faceva con l’animo del predatore d’estetica, cercando tra le pietre grigie e i fontanili quel brivido che solo la decadenza nobile sa regalare.
Il Vate visitò la città dei papi in diverse occasioni, attratto dal fascino medievale e decadente, che lo portò a inserirla tra le sue celebri “Città del Silenzio” nelle Laudi (nel secondo libro, Elettra, pubblicato nel 1904). Viterbo, per lui, era una femmina austera vestita di peperino. Ne rimase folgorato, quasi come davanti a una Duse di pietra, e ne traspose il respiro nel suo “Piacere”. Andrea Sperelli, quel dandy che è poi lo specchio deformante di Gabriele medesimo, si muove tra le ombre di San Pellegrino con la circospezione di un gatto di razza in un vicolo medievale.
Ma badate bene, non era solo faccenda di letteratura. C’era di mezzo il paesaggio, quel “paesaggio viterbese” che D’Annunzio descriveva con pennellate che parevano schizzi di fango e d’oro. Amava la solitudine di queste terre, il silenzio rotto solo dallo scampanio delle torri, che lui definiva — con quel suo modo di dire che ti mozza il fiato — come “città del silenzio”.
E poi, perdinci, come dimenticare il rapporto col “verde”? Villa Lante a Bagnaia non era per lui un semplice giardino, ma un labirinto di piaceri acquatici, dove l’artificio dell’uomo sfidava la natura in un duello che lo mandava in visibilio. Lì, tra i giochi d’acqua e i bossi potati come pensieri geometrici, il Vate cercava l’armonia perfetta, quella stessa che cercava nei suoi endecasillabi.
Viterbo, dal canto suo, lo guardava con quel distacco tipico di chi ne ha visti passare di Papi e di Imperatori. Lo ospitava, lo ascoltava declamare, forse ne sorrideva anche un po’ sotto i baffi (che le statue non hanno, ma le città sì), consapevole di essere più eterna di lui.
Gabriele cercava a Viterbo una patria dell’anima, un rifugio dove il tempo si fosse fermato al tempo delle crociate o del Rinascimento più torbido. E la città, generosa e severa, gli apriva le braccia delle sue piazze, lasciandogli credere, per un pomeriggio o per una pagina, di essere lui il vero Signore del Patrimonio di San Pietro.
In definitiva, tra D’Annunzio e Viterbo ci fu un’intesa da vecchi amanti: lui le dava la gloria del verso, lei gli dava la solidità del mito. E scusate se è poco, per un abruzzese che sognava di essere un Dio.

















