

EDITORIALE – Chi guarda Viterbo con occhio distratto, quello dell’osservatore che non scava mai sotto la superficie, dirà subito: “Ma quale pesca? Qui non c’è acqua”. E in effetti, a voler essere pignoli, Viterbo è un territorio che soffre di una certa siccità idrica: zero mare, niente lago nel perimetro cittadino, e per quanto riguarda i fiumi, beh, il povero Urcionio è stato sepolto vivo sotto il cemento decenni fa. Solo un uomo con la visione lucida e un po’ sognatrice di Pio Marcoccia, in mezzo a un mare di miopia amministrativa, aveva osato immaginare di restituirlo alla luce, regalandoci un pezzetto di anima perduta.
Ma non fatevi ingannare dalla mancanza di flutti. L’acqua non c’è, ma “i boccaloni” non mancano. Anzi, abbondano.
La pesca al boccalone non è uno sport per dilettanti. È una sottile arte che richiede pazienza, astuzia e un totale disprezzo per la dignità del pesce. Conoscete la poesia della pesca alla mosca? Quella danza armoniosa tra l’uomo, il filo di seta che taglia l’aria e il riflesso d’argento del torrente? Ecco, in confronto la pesca alla mosca è roba barbara e grossolana. Quella al boccalone è una scienza occulta, un rituale che a Viterbo si ripete con la precisione di un metronomo ogni lustro. (E sia chiaro: chi non sapesse cosa significhi “lustro”, si prepari: è il primo della lista a finire all’amo).
Questa pesca miracolosa inizia, per convenzione, circa un anno prima delle comunali. È il momento in cui gli “abili” pescatori smettono di fare le persone serie, iniziano a guardarsi intorno con lo sguardo vitreo di chi ha fiutato l’affare e, soprattutto, iniziano a fare i conti. Ma che vi conterete mai, mi chiedo io? Eppure, eccoli lì, intenti a lanciare ami luccicanti, carichi di esche dal profumo ingannevole.
Così, pescata dopo pescata, ecco che le ceste si riempiono. Candidature come se piovesse. Liste che spuntano come funghi dopo il temporale: ci sono quelle politiche, quelle civiche – che fanno tanto “nuovo” – quelle nazionalpopolari, quelle popolari e perfino quelle della mitica casalinga di Voghera, pronta a salvare la città tra una spesa e l’altra.
L’aspirante sindaco, il pescatore d’elezione, si presenta al mercato delle urne con la cesta traboccante. Ci sono boccaloni che pesano diversi chili, pesci grossi che si credono squali, e ci sono gli avanotti, pesciolini piccoli e ingenui portati al massacro senza nemmeno accorgersene. Vengono issati a bordo, sistemati in bell’ordine, e poi? Poi vengono cucinati. Bolliti, arrostiti, mangiati con contorno di sorrisi d’opportunità e promesse che evaporano ancora prima di finire nel piatto.
Una volta che il banchetto è concluso, quando le urne si chiudono e il pescatore ha portato a casa il suo risultato, nessuno si ricorderà più di loro. Dimenticati, digeriti, archiviati.
Quanti bravi pescatori ci sono nella nostra Viterbo. E quanti, poveri loro, boccaloni. Il problema, in questa nostra città che ha dimenticato il rumore dell’acqua, è che le stagioni di pesca non finiscono mai. Il consiglio, per chi volesse evitare di finire in padella, è quello di restare a fondo, lontano dalla superficie e, soprattutto, lontano da certi ami che luccicano troppo. Perché in questa città, alla fine, il vero pericolo non è mai l’acqua che manca, ma la rete che si stringe.




















