
EDITORIALE – Non è dal numero degli abitanti che si capisce se un luogo è città, né dalle altezze dei palazzi o dalle rotatorie o dai centri commerciali: lo si capisce da come si fa cultura perché un evento culturale, in una città vera, non serve a riempire il vuoto ma a generare senso, non a ribadire l’esistenza in vita di un’associazione ma a fare in modo che questa possa esistere in modo consapevole.
Soprattutto non si fanno manifestazioni per occupare un calendario ma per interrogare un territorio. Un paese travestito da città continua a produrre eventi come se stesse allestendo una sagra, anche quando si finge che sia un festival, ripete formule, scimmiotta stili, invita nomi per sentito dire, misura il successo di una rassegna dalla quantità di foto scattate col personaggio famoso, dalla fila davanti al rinfresco, dalla rapidità con cui si svuota la piazza una volta chiuso il microfono, e non si chiede mai se quelle ore abbiano lasciato qualcosa.
Una città, invece, costruisce nel tempo, scommette su un linguaggio, si assume la responsabilità di proporre anche ciò che non è immediatamente comprensibile, crea relazioni tra i luoghi e i contenuti, ascolta il pubblico ma non si fa guidare dall’applauso. In un paese, la cultura si programma per accontentare; in una città, per trasformare.
Se ogni anno si ricomincia da capo, se le stagioni non dialogano tra loro, se manca una visione condivisa fra chi promuove, chi organizza, chi ospita, allora è inutile dirsi città: si è semplicemente un paese cresciuto, con ambizioni gonfiate e nessuna struttura critica, e a fare la differenza non è certamente il budget ma il pensiero che governa il budget.
Una città riconosce il valore degli eventi minori e però li accompagna, li mette in relazione, li fa dialogare con la vita quotidiana evitando che continuino a galleggiare in una bolla di autoreferenzialità. Se così non fosse, allora vorrebbe dire che si limita a sopportarli come dovere amministrativo o come potenziale bacino di voti.
Chi organizza, in una città, si pone una domanda che nel paese non arriva mai a formulare: perché questo, qui, ora? Perché una stagione culturale può essere bellissima, seguitissima, impeccabile, e non cambiare nulla, può piacere a tutti e non servire a nessuno. Ma la cultura, quando è vera, non si limita a piacere: sposta, ispira, mette in crisi, infastidisce, apre. E se non accade niente, non è cultura ma intrattenimento ben confezionato.
E allora bisogna scegliere, con onestà, se si vuole essere paese o si vuole essere città: se si vuole continuare a somministrare eventi come si somministra una medicina blanda, senza effetti collaterali, allora è inutile dichiararsi città; se invece si vuole che ogni proposta sia un gesto politico nel senso più alto, allora servono coraggio, pazienza, coerenza, ostinazione, lungimiranza, consapevolezza del fatto che i risultati non saranno misurabili nell’immediato.
L’amore per la cultura lo si dimostra quando si pianifica si seleziona, si rifiuta una scorciatoia, si difende una scelta impopolare. Intendiamoci, non c’è niente di male nel voler restare paese. Purché lo si dichiari, e si sia consapevoli che i due modelli di sviluppo non possono coesistere, su un ideale bilancia, col medesimo peso. Perché la proposta culturale di una città non vive sulla quantità degli eventi ma sulla qualità dell’ascolto, non si basa sulla folla che accorre ma sulla profondità della proposta e su quanto questa possa far del bene alla città, non si ferma all’etichetta ma si interroga sulla postura.
Non c’è niente di male nel restare paese. C’è anzi una dignità precisa, in certe comunità che non rincorrono modelli, che difendono una forma di vita riconoscibile, che fanno le cose senza pretendere di essere altro, ma la finzione, ecco, quella no, perché tutto può funzionare tranne l’ambiguità.
Paese o città? Entrambe le strade hanno valore. Ma fingere di percorrerle entrambe per non prendersi il rischio di nessuna, questo è l’unico disastro che non merita alcuna indulgenza.


















