Viterbo 2033: non bastano i libri, serve un’anima (se si riuscisse a trovarla)
Dies Natalis
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Non è collezionando solo exploits letterari, teatrali e museali (peraltro tenendoli comunque su un registro alto e peculiare) che si può andare lontano. Qualora una città voglia diventare Capitale, deve essere pronta ad esserlo sempre e per sempre nell’autorevolezza e nell’originalità della sua vita sociale e culturale.

EDITORIALE – Parlare di cultura è un’attività rischiosa. Come avventurarsi tra i sentieri di un bosco, senza conoscerne esattamente le direzioni e la praticabilità; si cammina tra un verde lussureggiante, si ascoltano con piacere i versi degli uccelli, ma non si sa dove si va, se dietro quella curva c’è uno scoscendimento pericoloso o se il bordo di quel ruscello non nasconde il rischio di scivolare in acqua.

Perché il concetto di cultura ha due accezioni; connesse in qualche modo, ma diversificate. Il termine deriva dal verbo latino colere, coltivare; e siccome coltivare significa produrre frutti rigogliosi, ecco che il termine cultura è andato a raffigurare la dote creativa dell’Homo Sapiens, che per sua natura produce frutti rigogliosi. Frutti relativi al sapere, al saper fare, al saper ideare e creare e quindi alla capacità di esprimere sensibilità estetica ed etica. Insomma, quelle doti di intelligenza e sensibilità che distinguono l’essenza più nobile dell’Essere Umano. I greci affidarono alle muse questo concetto di cultura inteso come creatività e sensibilità: considerate le protettrici delle arti e del sapere, curavano la poesia epica e quella amorosa, la storia, la musica, il teatro, la danza, la geometria e l’astronomia. Più tardi, il mondo classico aggiunse a queste manifestazioni della creatività e dell’intelligenza umana la filosofia, la letteratura narrativa e saggistica, l’arte figurativa. Più tardi perché la filosofia, mondo della ragione, occupava un posto tutto suo e di ancor più alto livello; perché la letteratura si confondeva con la poesia; e perché pittori e scultori per qualche tempo furono considerati solo abili artigiani.

Fatto sta che negli ultimi due millenni la cultura si è legata alla sensibilità artistico-letteraria; e non a caso è stata il pezzo forte degli studi cosiddetti “classici”, oltre che il metro di giudizio per individuare il sapiente, il colto, e ovviamente l’erudito. Non c’è ministro o assessore alla cultura che non si sia impegnato nel promuovere soprattutto iniziative teatrali, letterarie, artistiche.

Poi però c’è un altro concetto di cultura, abbastanza diverso seppur comprensivo del precedente. È quello che proviene dalle scienze etnoantropologiche e più latamente sociali, e che si è evoluto a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Il concetto di cultura come elaborato dai numerosi antropologi che se ne sono occupati esplicitamente – Tullo Tentori in Italia, tanto per fare un nome – fa riferimento all’insieme di credenze, valori, costumi, modelli di comportamento, pratiche e saperi su cui si basa la convivenza in una data società. In tal caso, si tratta di un patrimonio di conoscenze e abitudini che viene appreso, che si evolve nel tempo, che è ovviamente simbolico, ma che costituisce anche il fondamento essenziale di una società. Sebbene abbia tratti ricorrenti in qualsiasi società umana (forme del potere, della produttività, del diritto, religione come concezione del sacro e come regola etica), altri caratterizzano e specificano le differenze tra società cresciute secondo fasi storiche diverse e in ambienti differenti. Ecco perché oggi si parla di cultura europea, africana, orientale. Ma anche di cultura giovanile, di cultura enogastronomica, ecc.

Ed ecco perché si parla di cultura anche in senso etnografico e folclorico, un aggettivo quest’ultimo che non si riferisce al pittoresco, come sembra a qualcuno, quanto all’intrinsecamente costitutivo dell’identità di un popolo, fino a diventare “patrimonio immateriale dell’umanità”, come il Trasporto della Macchina di S. Rosa, che è cultura tanto, o di più, quanto un romanzo ben scritto da qualche influencer radiotelevisivo.

È evidente che la prima accezione di cultura rientra in questa seconda e più ampia definizione; ma è altrettanto chiaro che limitarsi alla prima significa ridurre la cultura entro schemi ritualistici legati più ad un senso di erudizione classicistica che poco ha a che vedere con lo stesso sapere umano. Perché la concezione classica di cultura sottovaluta la scienza, relegata a mero esercizio di matematica e di epistemologia. E tralasciando quell’enorme quantità e qualità del sapere umano che si è venuto a creare quando la scienza è emersa oltre la religione, quindi dopo l’epoca tolemaica, con il pensiero galileiano, newtoniano e, soprattutto, con lo sviluppo della società industriale.

Tutto ciò come entra nel dibattito sul progetto di Viterbo Capitale della Cultura europea 2033? Vi entra con la constatazione che non è collezionando solo exploits letterari, teatrali e museali (peraltro tenendoli comunque su un registro alto e peculiare) che si può andare lontano. È necessario che il messaggio della Città si iscriva in un più ampio progetto di creazione e valorizzazione di percorsi antropologico-culturali che rivoluzionino gli stessi linguaggi dell’arte e del territorio, che coinvolgano la vita di relazione, la creatività nel quotidiano, la difesa dell’ambiente, le risposte ai bisogni di questo travagliato inizio del XXI secolo, il riferimento a modelli e visioni che esaltano la collettività e l’identità europea. Progetti che devono partire forti ma che poi si devono sviluppare con continuità nel lungo periodo, come dialoghi identitari di pregnante valore etico. Perché qualora una città voglia diventare Capitale, deve essere pronta ad esserlo sempre e per sempre nell’autorevolezza e nell’originalità della sua vita sociale e culturale.

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
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