Viterbo 2027, chi sarà il protagonista? Semplice: l’astensionismo (anche sopra al 50%)
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2008 (Marini vs Sposetti): astensione al 38,05%. 2013 (Michelini vs Marini): astensione al 39,51%. 2018 (Arena vs Frontini): astensione al 48,43%. 2022 (Frontini vs Troncarelli): astensione al 53,53%. La soglia psicologica del 50% è stata infranta: ormai, a decidere le sorti di Palazzo dei Priori al secondo turno, è meno della metà degli aventi diritto.

EDITORIALE – Chi sarà il vero grande protagonista delle prossime elezioni comunali di Viterbo nel 2027? Non fatevi ingannare dai nomi che iniziano a circolare nei salotti buoni, né dalle manovre sottobanco o dalle liturgie di partito. La risposta è di una semplicità disarmante: l’astensionismo. Il partito del “non voto” è l’unico soggetto politico in costante ascesa, l’unico vero “influencer” capace di spostare equilibri che nessuno riesce più a governare. Non ci credete? Provate a guardare i numeri. Sono pietre, non opinioni.

Se guardiamo al primo turno, il segnale è chiarissimo. Nel 2008, l’astensione si attestava al 17,54%. Nel 2022, appena quattordici anni dopo, il dato è salito al 32,24%. È sostanzialmente raddoppiato. Una progressione geometrica che non ammette repliche: il legame tra viterbesi e urna si sta sfaldando sotto i nostri occhi. Se il primo turno è in sofferenza, il ballottaggio è ormai una landa desolata. La partecipazione cala vertiginosamente, trasformando il voto di fine corsa in un esercizio per pochi intimi.

2008 (Marini vs Sposetti): astensione al 38,05%. 2013 (Michelini vs Marini): astensione al 39,51%. 2018 (Arena vs Frontini): astensione al 48,43%. 2022 (Frontini vs Troncarelli): astensione al 53,53%.

La soglia psicologica del 50% è stata infranta: ormai, a decidere le sorti di Palazzo dei Priori al secondo turno, è meno della metà degli aventi diritto.

Ma al di là dei freddi numeri, c’è una sensazione che si respira camminando in città, un “calo di vento” palpabile. È la disillusione che si fa carne. È una sorta di notte in cui diventa sempre più vera — o quantomeno tale è la percezione diffusa — quell’antica saggezza contadina: quando cala la notte, tutte le vacche sono nere.

Se la percezione è che non cambi nulla, che i candidati siano tutti indistinguibili, che le proposte si somiglino per vaghezza e piattezza, allora a cosa serve perdersi nei programmi? A cosa serve informarsi? Meglio restarsene a casa, avvolti nel mantello dell’indifferenza. Considerando il trend attuale e la velocità con cui i processi di sfiducia si stanno consumando, non ci stupirebbe se nel 2027 un viterbese su due decidesse di non andare al voto già al primo turno. Se ne fregheranno del parente o del vicino che, nel frattempo, si sono fatti inserire in lista.

Dopotutto, viene da chiedersi: quando hanno preso quella decisione — quella di scendere in campo (o piuttosto di zappare il campo per chi ce li ha messi), di metterci la faccia — l’hanno davvero condivisa con gli amici, con i familiari, con quella rete a cui poi, puntualmente, pretendono di andare a bussare per chiedere una cambiale in bianco? Una cambiale basata non su un’idea di città, ma solo sul rapporto, sulla parentela, sul “vota me perché siamo amici”. Ognuno, nel chiuso del proprio pensiero, trovi la risposta. E poi, il giorno delle urne, decida se valga ancora la pena uscire di casa o se, per questa volta, la notte sia troppo scura per accorgersi della differenza.

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“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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