
IL PUNTO DI VISTA – Il dibattito fra Giulio Della Rocca (leggi qui) e il Direttore Pomi sulla faccenda Santa Lucia si iscrive all’interno di un discorso talmente vasto da sbiadire i contorni dell’episodio locale, che preferirei rubricare come una storia soprattutto di equivoci, di ingiustificati allarmismi e di qualche strumentalizzazione politica. Andiamo oltre…
Razzismo, punta il dito intorno a sé Della Rocca, coinvolgendo di fatto in un unico giudizio santi e peccatori; e accenna anche ad altre prospettive poco confortanti per il futuro della città. Razzismo? E’ complicato. Il razzismo è uno dei tanti ingredienti di un più vasto fenomeno: il pregiudizio sociale.
Il problema dei rapporti con l’Altro, soprattutto con la sua diversità, è atavico. Lo psicologo sociale te lo spiega citando la tendenza individuale alla riduzione della cosiddetta dissonanza cognitiva (oggi si parla di confirmation bias) che conduce le persone a non fidarsi di chi pensa e agisce diversamente. Il sociologo parla di competizione tra gruppi, che spingono alla demonizzazione dell’avversario. L’antropologo citerà la cristallizzazione dei modelli di vita dominanti, che tendono ad escludere ogni diversità. Tre diversi punti di vista che si sorreggono a vicenda nell’interpretazione di una questione che ormai ci riguarda tutti da vicino.
Le migrazioni hanno acuito il problema, mettendo l’una di fronte all’altra etnie e culture differenti, talvolta persino poco compatibili fra loro. E drammatizzano anche il tema della sicurezza, entrando prepotentemente nel vissuto quotidiano del cittadino. Criminalità, microcriminalità, devianza sono aspetti endemici di ogni società, ma se si creano esclusi, emarginati, ultimi, se si sottolinea la diversità come fattore di divisione, se si esercita un pregiudizio razziale che allontana le gente per il colore della pelle, il problema aumenta a dismisura.
Lo dicono i dati statistici sulle migrazioni, lo dice la storia, lo afferma una corrente sociologica fra le più prestigiose, la Scuola di Chicago, che ha sviluppato tra gli anni ’60 e ’70 del Novecento una miriade di ricerche scientifiche (ripeto: scientifiche) al riguardo. Il fenomeno migratorio, il porsi di fronte ad un problema di rapporti con il diverso, la mancata soluzione di tanti problemi di sopravvivenza, e di convivenza, ha fatto eleggere negli USA un certo Donald Trump che nulla ha a che fare con l’american dream e con la storia democratica di quel Paese; in Europa ha prodotto il fenomeno Orban e ha moltiplicato il numero degli aderenti ai partiti più reazionari; in Italia ha promosso al governo i partiti di estrema destra e sta producendo il fenomeno Vannacci, quello che si dispera perché ci sono italiane/i che vincono medaglie olimpiche ma hanno la pelle nera.
E sia chiaro, non è che i progressisti, con il loro intellettualismo da salotto buono, il dogmatismo di certo politicamente corretto e qualche estremismo woke, si offrano come alternativa veramente affidabile all’italiano medio, oggi intento soprattutto a proteggere (e a sfoggiare) i propri consumi, a districarsi con il carovita e a tentare di vivere in serena sicurezza, senza tanti voli pindarici e troppo impegnative vocazioni etiche.
Dice: ma le cose non stanno così male, c’è tanta gente pronta ad aiutare, ad impegnarsi… Certamente, ma il pregiudizio non cala, e spesso si alimenta della differenza etnica producendo il razzismo. Leggetevi i report degli Istituti di Statistica sulle idee degli italiani, riconsiderate i risultati delle elezioni politiche e amministrative, andate sui social…
Non mi chiamo fuori dal pregiudizio. Il sociologo non è un santo, si rende conto professionalmente del problema, magari lo affronta consapevolmente ma non vive in un altrove intellettualmente dorato. Chi sostiene di essere libero da pregiudizi è solo un bugiardo, forse anche con sé stesso, perfino se vive da sempre solitario in cima ad una montagna senza vedere anima viva.
In un modo o nell’altro sul pregiudizio e sul razzismo soffia la politica, specie quella che sta all’opposizione e deve raccogliere e organizzare il dissenso. Il mestiere delle opposizioni politiche, d’ogni estrazione ideologica beninteso, è pur sempre quello di mettere in difficoltà la maggioranza, anche andando al di là del vero e talvolta perfino del verosimile. Sennò che fai? Omologhi ciò che combinano i governanti? E allora, come li schiodi dai loro scranni, come prendi/riprendi il potere, se dai loro ragione?
E’ un gioco delle parti in commedia che paradossalmente dobbiamo tenerci stretti, perché la possibilità costituzionale di questa critica, di questa alternanza di governo – al netto degli imbonitori da Fiera dell’Est – è il sale della democrazia e impedisce che il governo della società cada nelle mani di un potere senza tramonto, autoreferenziale e incline a trasformarsi in dittatura.
Il vero problema è altrove. Trovare il modo di creare solidarismo piuttosto che rinchiudersi nel perbenismo, evitare di cadere nella facile demagogia; e, nello specifico, evitare di creare le condizioni per favorire ghetti, che spesso non sono solo luoghi di emarginazione ed esclusione, ma diventano anche zone franche dove tutto finisce per succedere.
Per Viterbo, si pensi a San Faustino, al Sacrario, a certe vie ormai semiabbandonate del centro storico di minor pregio, a Viale Trento, insomma a zone per le quali qualcuno ha finito per parlare di “bonifica” (manco ci abitassero solo sorci e blatte) piuttosto che di rigenerazione urbana, che è la vera, impegnativa chiave per aprire nuove strade, per rendere tutti più civili.
Perché – attenzione – accogliere è facile, basta aprire una porta. Ospitare è molto più difficile, occorre realizzare una convivenza. E senza derogare, per questo, ai propri principi. Si tratta di problemi comuni a tutte le città italiane, europee e del mondo, e ai loro singoli quartieri,
residenziali, storici, periferici che siano.
Ripeto: il pregiudizio e le sue conseguenze, come il razzismo e l’etnocentrismo, esistono ovunque; ne soffrono anche i progressisti più illuminati, i campioni del politicamente corretto, perché sono un cascame della convivenza. Sfogliate le pagine dei giornali, scorrete i social, chiacchierate amabilmente con il vostro partner, il vostro migliore amico, il vostro vicino di casa preferito, il vostro compagno di viaggio. Vi troverete qualche forma, più o meno velata, di pregiudizio.
Insomma, caro amico Della Rocca, il razzismo, o meglio il pregiudizio, non è una prerogativa solo dei viterbesi, che pure sono tradizionalmente poco affabili con i forestieri (ricordo ancora la battuta del vecchio contadino Sestilio che diceva: se un forestiero si avvicina al campo, il contadino toscano corre a vendergli cetrioli, quello viterbese gli corre incontro con il forcone). E’ un malanno endemico della società.
Le manifestazioni di razzismo, etnocentrismo e pregiudizio, in ogni caso, si affrontano con quattro armi: la prevenzione intelligente, empatica e competente; l’ossequio alle leggi e ai meccanismi della democrazia, che non consistono solo nella comprensione dei problemi individuali e nel soccorso, ma anche nel controllo dell’ordine pubblico in tutte le sue forme; la cultura, che aiuta a capire e a valutare distinguendo il grano
dal loglio; il rispetto reciproco fra gli esseri umani che si manifesta attraverso l’uguaglianza.
Quanto al futuro di Viterbo, e dei giovani viterbesi, è legato – come per tutte le altre città italiane – al cambiamento. Tecnologico, ambientale, politico, socioculturale… L’importante è rendersi conto che il passato non ritorna, è capire dove spira il vento, non necessariamente per assecondarlo ma per comprendere come stanno veramente le cose intorno a noi, per poi prendere delle decisioni coerenti con una lettura scientifica, ed etica, del mondo in cui viviamo, anzi in cui abbiamo scelto di vivere e che abbiamo contribuito a costruire.

















