

NARRARE VITERBO – Come ha insegnato anche il grande filosofo e sociologo Edgar Morin, la “narrazione” è un processo culturale che, richiamandosi al mito, attribuisce identità a una comunità, a una città. E questa identità può essere giocata sul mercato culturale e turistico assegnando a quella comunità, a quel cittadino, a quel territorio una particolare specificità, un particolare fascino e una singolare attrattività, anche simbolica.
Il mito non è leggenda pittoresca, non lo è mai: è spirito, è cultura, è identità, è storia, è il “noi” di una città, di una comunità. Non ne faremo oggetto di una lunga e dotta illustrazione di dove si sia originato. Se ne darà un bagliore, un lampo, un suono che proviene da lontano. E poi starà a ciascuno di noi ritrovarne la presenza misteriosa tra le vie, le pietre, gli scorci della Città; da cittadini, da residenti, da visitatori, da turisti, da curiosi, da poeti.
Questa lunga cavalcata tra miti, leggende e storie viterbesi giunge ai santi protettori della Città. Qui parleremo delle misteriose figure dei santi Valentino e Ilario.
Francesco Mattioli

NARRARE VITERBO – La storia dei santi Valentino e Ilario, come quella di molti martiri di epoca paleocristiana, è controversa. Il racconto agiografico che li riguarda è datato a quattro secoli dopo il loro martirio, avvenuto sotto l’imperatore Diocleziano, probabilmente agli albori del IV secolo, tra il 303 e il 305.
Chi fossero Valentino e Ilario è difficile a dirsi; alcune ricostruzioni sembrano dimostrare che Valentino fosse un sacerdote attivo in una piccola chiesa rurale convergente sull’abitato di Sorrina Nova e che Ilario fosse un diacono suo allievo. La loro biografia è comunque misteriosa; c’è chi dice che provenissero dall’Oriente percorrendo la Cassia e che si soffermassero a predicare il Vangelo agli abitanti di Sorrina. Di qui la persecuzione e il martirio per decapitazione.
La loro esecuzione sarebbe avvenuta in un luogo detto Camillarius, e l’unico toponimo del genere farebbe riferimento a un ponte su cui passava l’antica Via Cassia, l’attuale Ponte Camillario situato presso le Terme dei Papi. Quell’area, che oggi viene definita Bagni, reca toponimi legati alla pavimentazione in pietra della via consolare; infatti si ricorda una chiesetta a loro dedicata, S. Valentino in silice (poi S. Maria in silice).
Studi sul luogo eseguiti sotto l’egida della Diocesi (e in particolare di Mons. Del Ciuco) hanno permesso di individuare un’antica tomba etrusca riutilizzata in epoca paleocristiana come catacomba e luogo di riunione. Inoltre, recentemente vi è stata scoperta una piccola necropoli paleocristiana che attesta la frequentazione sacra dell’area, lievemente eccentrica rispetto al sito di Sorrina.
Peraltro, quando gli abitanti di Sorrina Nova abbandonarono la loro città fuggendo le incursioni barbariche e risalirono all’antico abitato del Colle di S. Lorenzo, più difendibile (quindi nella vetus urbs, cioè Viterbo), alcuni restarono nella zona della Cassia. Qui restò un piccolo villaggio, il Borgo S. Valentino, che più tardi, diventato covo di ladroni, fu distrutto dai viterbesi verso la metà del XII secolo.
Il culto dei due martiri crebbe nel tempo; i loro resti, custoditi fino al 1303 nell’abbazia di Farfa, furono riportati a Viterbo e deposti nella Cattedrale.


















