

VITERBO – Un impero di carta, cemento e soldi sporchi, cresciuto all’ombra delle grandi vie dello shopping della Capitale, ma capace di allungare i propri tentacoli fin dentro la provincia di Viterbo, infettando il tessuto economico locale. Un sistema perfetto, oliato con i proventi dell’usura e del riciclaggio, che si è schiantato contro il muro alzato dagli uomini della Guardia di Finanza.
Il maxi decreto di confisca, emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale capitolino, è di quelli che fanno tremare i polsi: 22 milioni di euro sottratti alla disponibilità di un sodalizio criminale radicato nel Lazio. Un blitz che ha colpito duro anche nel Viterbese, dove le Fiamme Gialle hanno messo i sigilli a beni immobili e attività riconducibili alla rete finanziaria del clan.
La trappola dell’usura e il gioco delle società schermo
Le indagini degli specialisti del Gico (Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata) hanno squarciato il velo su una galassia societaria creata ad hoc per un solo scopo: ripulire il denaro sporco. Al centro del sistema, stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, c’era il dramma dell’usura. Denaro prestato a strozzo a commercianti e piccoli imprenditori in difficoltà, strozzati da tassi di interesse impossibili da sostenere, per poi fagocitarne le attività o utilizzarle come sponda per investimenti sul territorio.
Quei fiumi di contanti venivano successivamente fatti transitare attraverso una fitta rete di aziende attive in svariati settori, dalla ristorazione all’immobiliare, estendendo l’influenza criminale da Roma alle province vicine. Schermi societari, teste di legno e prestanome venivano utilizzati come scudi per nascondere i reali beneficiari dei profitti e, soprattutto, la provenienza illecita di quei capitali.
Il blitz e i beni sequestrati
Il provvedimento dei magistrati ha colpito al cuore il patrimonio economico dell’organizzazione. Tra i beni confiscati spiccano complessi aziendali di società di capitali, partecipazioni societarie, conti correnti bancari e un patrimonio immobiliare impressionante. Case, uffici e locali commerciali — distribuiti tra la Capitale e le zone strategiche del Lazio, Alto Lazio compreso — che dal mercato nero della finanza criminale tornano oggi nelle mani dello Stato.
L’operazione della Guardia di Finanza dimostra l’ennesimo, preoccupante segnale d’allarme per la Tuscia: la criminalità economica non spara e non fa rumore, ma usa i soldi per comprare pezzi di territorio, alterare la libera concorrenza e colonizzare silenziosamente le economie locali.
















