Aliante della Tuscia - Una zona termale, un tempio dedicato a Ercole e l'abbandono. Ecco a voi lo scempio di Musarna
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In altre parti del mondo ci avrebbero messo una biglietteria e magari anche un punto ristoro e uno shop. Avrebbero organizzato visite e calamitato turismo. Invece Musarna è dimenticata, sconosciuta agli stessi viterbesi.

 

Con Aliante della Tuscia iniziamo la settimana da Musarna, gioiello abbandonato tra le sterpaglie.

A due passi dalla città di Viterbo esiste un vero esempio di come la testimonianza dell’esistenza delle grandi civiltà si sia stratificata nei secoli attraverso le vestigia di reperti archeologici e storici. A Musarna, a pochi chilometri dal capoluogo, lungo la strada che porta a Tuscania, si possono ammirare le molteplici testimonianze delle civiltà che hanno abitato il territorio della Tuscia tra il quarto secolo e la fine del primo avanti Cristo.

Nei pressi della località viterbese Macchia del Conte, corrispondente a un piccolo altopiano, sorgeva quella civiltà che venne chiamata “la Civita” e che i lavori di scavo archeologico restituirono alla memoria attorno alla metà del 1800.

Inizialmente vennero alla luce dei sarcofagi databili terzo-primo secolo avanti Cristo ma successivamente, verso il 1980, il ritrovamento di un mosaico con iscrizioni etrusche convinse i ricercatori e le istituzioni a investire sulla zona organizzando scavi sistematici e volti a ricostruire una mappatura completa dei vari periodi storici che avevano interessato la località.

Con immensa sorpresa a emergere fu uno splendido e variegato composto di civiltà che coprivano il periodo Neolitico, passando per quello Etrusco, Ellenistico fino a quello Romano.

Quasi sicuramente in seguito ai primi passaggi degli uomini primitivi, che di loro stessi hanno lasciato sparute testimonianze, iniziarono a formarsi dei villaggi e una vera e propria amministrazione etrusca sotto l’influenza di Tarquinia, ma che godeva comunque di una sua indipendenza. Questa autonomia amministrativa, unita a un senso di autoconsapevolezza civica non indifferente, la si può desumere dal ritrovamento di inscrizioni menzionanti dei magistrati locali, che erano soliti riunirsi in un concilio, attestando la loro indipendenza decisionale. Una testimonianza di amministrazione e burocrazia civica precedente rispetto a quella più evoluta che sarà rappresentata dalla forma romana.

Nella zona della Tuscia, già dal tempo degli Etruschi, abbiamo dei centri vivi d’amministrazione autonomi rispetto a Tarquinia. Gli Etruschi dimostrano, anche grazie allo snodo logistico di Musarna, di essere in grado di creare qualcosa di molto più complesso di semplici insediamenti abitati.

Musarna era un vero e proprio snodo logistico che collegava il litorale marittimo di Tarquinia con Viterbo, allora Sorrina, e da qui fino all’Etruria interna. Musarna mostra un sistema difensivo costruito ad hoc, con tanto di fossati e mura in tufo che saranno poi migliorate nelle epoche successive, poiché nuovamente sfruttate dai Romani.

L’importanza del sito archeologico è notevole poiché mostra la capacità degli Etruschi, ancor prima dei Romani, di concepire un sistema urbano che fosse collegato, secondo una logica reticolare, a un centro maggiore. Musarna è la testimonianza, certo e chiaro embrionale, di uno snodo urbano architettato ad hoc attorno al centro maggiore di Tarquinia.

Le numerose sovrapposizioni di epoche, che interessano la zona, fanno sì che sia spesso difficile stabilire una linea netta tra le distinte civiltà poiché queste, susseguendosi, hanno apportato delle modifiche. Ad esempio vi sono i resti di una zona termale, due templi, uno dei quali dedicato a Ercole, e anche uno snodo fognario. Su questi ultimi aspetti sembrerebbe chiaro ed evidente aspettarsi l’intervento della civiltà postuma di Roma.

Il problema cardine di questo luogo, di fascino e di storia, è che appare completamente abbandonato. Per visitarlo occorre entrare nella proprietà privata di un campo e, anziché trovarsi un botteghino che faccia pagare un piccolo prezzo, ci si trova dinnanzi alle sterpaglie. Ancora una volta Viterbo e viterbesi fanno i conti con il limite intrinseco della loro distopia. Difficile trovare una ragione e un senso logico dinnanzi a una città che potrebbe guadagnare tutto l’anno e non lo fa.

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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