Una storia da portare nella borsa, la tragica fine di Mar
Roberto Pomi
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Ci sono delle storie che per quanto possono apparirci lontane, rispetto ai tempi felici che stiamo vivendo, possono sempre tornare utili.

La storia che vi raccontiamo oggi riguarda un paese lontano, nel tempo e nello spazio. E’ una storia che serve semplicemente per diffondere e raccontare una morale e che punta a far capire quali sono le cose da evitare come la peste.

Non che ne abbiamo particolare bisogno in questi tempi felici, ma è sembra bene avere delle buone storie da portare con sé. Possono sempre tornare utili.

E’ la storia di Mar, paese della contea di Chetta. Una realtà che non esiste più, persa nella sabbia del deserto e nella notte dei tempi. Di Mar nessuno si ricorda più perché si è estinto, vittima di un brutto gioco che la sua classe regnante ha portato avanti per troppo tempo. Fino al punto di non ritorno, fino alla fine di tutto. A Mar non c’era mai stata una visione di paese, del futuro del paese. A Mar si andava avanti tassando la gente per avere le risorse necessarie a foraggiare i clientes della classe regnante.

Era questa l’unica visione contemplata. La società era divisa in caste: i regnanti, i clientes e le bestie. I regnanti facevano e disfacevano, giocavano a Risiko tutto il giorno e se la spassavano. I clientes stavano subito sotto e non vivevano male, c’era sempre la mano di un amico a pensare ai loro affari anche quando questi erano assurdi e contrari all’interesse generale. I guai veri erano per le bestie. Tutto gli veniva tolto, anche quel poco che riuscivano ad avere con il sudore della fronte. Le bestie non avevano amici e anche se erano la maggioranza non contavano nulla.

Il meccanismo aveva comunque retto per decenni fino al momento in cui le bestie, lasciate sempre più sole e disperate decisero di fuggire altrove. Rimasero i clientes ma per loro, non essendoci più le bestie a cui prendere, non rimase più niente. E anche per i governanti rimase più poco da ridere. Impazzirono tutti, finendo per dare ordini alle nuvole, alle pietre e alle mura dei loro palazzi. Ora su Mar c’è il deserto e di tutti i protagonisti di questa storia gli unici che rimasero in vita furono le bestie. Fondarono una loro città dove le tasse servivano a investimenti di sistema, a far crescere l’economia e a dare lavoro vero.

Le bestie prosperarono e decisero di cambiarsi nome in cittadini. Al tempo stesso cancellarono dai loro vocabolari la parola Mar e la parola Chetta, luoghi da cui venne per loro solo la rovina e il dolore. Cancellando quelle parole erano convinti di scongiurarne il ritorno.

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Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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