Un viterbese in Antartide - Pensare alla tua città, guardando la Nuova Zelanda
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Il viaggio del viterbese Bruno Pagnanelli nella terra dei ghiacci sta per prendere vita. Ora è in Nuova Zelanda, attende. Nei suoi occhi si riflette un mondo nuovo, fatto di tante cose semplici e fantastiche. Nella sua mente, è evidente, c'è Viterbo. Il suo metro di confronto.

Il viaggio del viterbese Bruno Pagnanelli nella terra dei ghiacci sta per prendere vita. Ora è in Nuova Zelanda, attende. Nei suoi occhi si riflette un mondo nuovo, fatto di tante cose semplici e fantastiche. Nella sua mente, è evidente, c’è Viterbo. Il suo metro di confronto. Vi lasciamo alle sue parole.

 

E niente, dovevo venire in fondo in fondo, esattamente agli antipodi per capire che un altro modo di vivere è possibile.

E’ tutto rivoltato: il senso delle strade, le stagioni, i gorghi nel lavandino e tutti gli altri valori che ho sempre conosciuto. Perché la Nuova Zelanda è il posto dove sembra che tutto sia al contrario di ciò che conosco, dove la gente che scende dall’autobus, che sia femmina o maschio, bambino o adulto, dice grazie all’autista mentre scende, dove i marciapiedi sono fatti per camminare e per correre e non per parcheggiare, dove i cimiteri sono senza recinto e accanto ai parchi giochi e nessuno ci fa caso, dove un terremoto fa ricrescere la città più bella e funzionale di prima e dove, lo stesso fenomeno, viene usato come un monito per dire alla gente che si è sempre troppo piccoli e che l’onnipotenza è solo della natura.

E’ il posto dove le strade sono a gobba d’asino, dove i tombini sono puliti, dove è un trionfo di giardini, di ogni foggia e colore, di prati enormi e rasati, di alberi, di tutti i tipi forma e grandezza, venerati e curati come fossero dei. E’ il posto dove non esistono serrande e persiane, dove non ci sono grate alle finestre, dove la corrente e il telefono passano tutte fuori dalle strade, senza necessità di ferirle qualora ci si dovesse lavorare sopra.

E’ il posto dove la gente che non conosci ti saluta comunque se ti incontra, dove le persone si muovono con lo skateboard, la bici o a piedi, dove i bus hanno l’autista che fa il biglietto quando sali e che, se anche salgono trenta persone, tutti aspettano mentre lui si fa pagare il ticket e quindi tutti pagano.

E’ il posto dove un parco è immenso, dove vedi bambini e madri liberi, dove i prati si calpestano con piacere e per dovere, dove le panchine sono di fronte al silenzio e alla meraviglia, dove ci sono ragazzi che si divertono a giocare con una palla ovale e senza usare qualcuno che ti ci accompagna in auto.

E’ il posto dove il mare si chiama Pacifico e fa paura anche da lontano, dove la spiaggia serve a camminare, a giocare, a gioire, con i propri familiari, con gli animali di casa, dove si vede il vento, la nebbia e le montagne con la neve sopra a guarnire, in lontananza.

E’ il posto dove una stazione degli autobus, si atteggia ad aeroporto e ci riesce anche meglio, dove le case hanno le tende aperte sulla loro vita, dove la gente ha piacere a far vedere che c’è e che ci vive, a prescindere dal ceto sociale e dalle possibilità che possiede, dove i limiti fisici sono posti da staccionate colorate di legno e nei prati ci sono divani usati che servono per vedere i tramonti.

E’ il posto dove la scuola si fa nel parco, giocando sugli alberi, dove i ragazzi delle scuole sono vestiti tutti uguali, con la divisa anche alle superiori, e dove quelli che le scuole le hanno finite, si vestono tutti diversi, seguendo una moda imposta dalla loro personale comodità, e dove poi, si gioca a scacchi per strada, senza vestito.

E’ il posto dove le bandierine colorate coprono edifici pericolanti post terremoto, dove il loro “prato giardino” ha un eucalipto di 4 metri di diametro e 5 ettari di meraviglia e dove fiori, alberi e giardini sono ovunque, come cielo, nuvole, montagne e sorrisi.

Oggi ho deciso. Se dovessero chiedermi come vorrei il posto in cui vivere, io descriverei questo.

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“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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