

VITERBO – Trasporto 2026, Dies Natalis non porterà soltanto le preghiere di una città intera, ma il peso invisibile e formidabile dei decenni, dei miracoli e dei fantasmi che non se ne vanno mai del tutto.
Nella sala di Palazzo dei Priori, tra i fogli della presentazione ufficiale di questo giovedì di fine agosto, il passato non è una polverosa ricorrenza: è un conto alla rovescia che bussa alle porte. Massimo Mecarini, custode e timoniere del Sodalizio dei facchini, lo sa bene. Quest’anno il cammino ha due anime antiche da onorare. La prima è quella della speranza che risorgeva dalle macerie: ottant’anni esatti da quando, finita la tempesta cieca del secondo conflitto mondiale, la Macchina riprese a camminare partendo proprio da piazza Fontana Grande. La seconda è un brivido freddo, un debito contratto con la sorte nel 1986, quando Armonia Celeste barcollò pericolosamente sul sagrato di Santa Rosa, a un passo dal disastro, trasformando lo spavento in una legge severa e vincente.
E poi ci sono i nomi. Un elenco lungo, doloroso e necessario che Mecarini sgrana come un rosario laico: i facchini che non ci sono più, i sindaci, gli uomini di questa terra come Pio Marcoccia — primo cittadino di quel fatidico 1986 — o Pietro Rossi, l’ultimo garibaldino viterbese di cui si consumano i centocinquant’anni dalla morte, fino a Luigi Petroselli, la cui assenza pesa ancora come una pietra miliare. Le parole esatte sono state queste: “Le girate saranno dedicate, purtroppo, a tanti facchini che ci hanno lasciato e a personaggi di spicco del territorio come il sindaco Pio Marcoccia, tra l’altro primo cittadino del 1986, Mario Sanna, Vito Ferrante, Claudio Cavalloro, Pietro Bevilacqua, Luciano Ilari, Vincenzo Rossi, Cosimo Ilio Buffelli, Ermanno Segatori, Tonino Pieracci, Enrico Miralli, Claudio Valeri, Mario Ciucci. Ci sarà poi un ricordo speciale per Pietro Rossi, l’unico garibaldino di Viterbo a 150 anni dalla sua morte, e in ultimo Luigi Petroselli a 45 anni dalla scomparsa”.
Ma quando il sole del 3 settembre comincerà a calare, la storia lascerà il posto al sudore. Luigi Aspromonte, il capofacchino, parla ai suoi come si parla a un esercito pronto alla trincea. Le cene dei giorni scorsi non sono feste, ma un rito di purificazione e silenzio, un legame viscerale che si stringe spalla contro spalla. Quest’anno la fatica non basterà una volta sola.
Ci saranno due “sollevate e fermi”, due momenti di grazia e di supplizio in cui la torre colossale verrà inchiodata al cielo per sfidare la gravità. Il primo a Fontana Grande, per ringraziare quel ritorno alla vita di ottant’anni fa; il secondo là sotto, all’ombra del santuario, dove la memoria del 1986 grida ancora pietà e miracolo. E tra l’una e l’altra sosta, le spallette aggiuntive, il passo rallentato, il cuore che batte nei timpani e la folla che cede il passo al prodigio.
Intorno a questo asse di ferro e devozione ruota il resto del mondo. La sindaca Chiara Frontini guarda alla Macchina come a un figlio cresciuto che spalanca la porta di casa: il montaggio anticipato a San Sisto, i turisti che rubano un frammento di questo mistero, la necessità di raccontare la città là fuori, trasformando un rito intimo in un patrimonio condiviso con l’universo.
Nel silenzio del monastero, suor Francesca ricorda il volto nuovo e antico della Santa, l’urna riaperta per svelare un’opacità e quell’abito grigio della penitenza che le cinge le spoglie. E don Massimiliano Balsi, dal pulpito della fede, rammenta il senso ultimo di tutto questo: la Macchina è immensa, trionfale, ma se non ci fosse il cuore dei cento facchini a spingerla nel buio delle strade, rimarrebbe soltanto un giocattolo muto. Rosa ha lottato contro tutti, ed è rimasta luce. A Viterbo, il tre di settembre, tocca a loro ricordare a tutti come si fa.

















