Un social hub per "ricucire" la città capoluogo e trainare la provincia
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A Viterbo uno spazio pubblico condiviso come risposta alla solitudine sociale e alla crisi dei luoghi.

VITERBO – C’è una parola che ricorre sempre più spesso quando si osserva la vita delle città medie italiane: solitudine. Non è solo una condizione individuale, né un disagio privato da relegare alla sfera psicologica. È un dato sociale, strutturale, che attraversa generazioni, quartieri, condizioni economiche diverse.

È la solitudine dei giovani che non trovano luoghi dove stare senza dover consumare; degli anziani che vivono giornate intere senza relazioni significative; delle associazioni che faticano a incontrarsi e a fare rete; dei cittadini che non hanno spazi per discutere del bene comune, per confrontarsi, per costruire legami.

In una città come Viterbo questo vuoto è sempre più evidente. Non perché manchino energie, intelligenze, volontà, ma perché mancano luoghi. Luoghi accessibili, aperti, riconoscibili, capaci di accogliere la vita quotidiana e non solo eventi occasionali. Negli ultimi anni il centro storico si è progressivamente svuotato: meno residenti, meno servizi di prossimità, meno vita serale. Alla riduzione della popolazione stabile si è accompagnata una perdita di funzioni sociali, mentre molte attività si sono spostate altrove o hanno chiuso definitivamente.

Al tempo stesso, però, crescono i bisogni sociali, culturali ed educativi: cresce la domanda di spazi di studio, di incontro, di formazione informale; cresce il bisogno di orientamento, di partecipazione, di ascolto. Eppure, in questa fase, molti edifici pubblici restano chiusi o sottoutilizzati, come se la città non riuscisse a riconoscere le proprie priorità.

È dentro questa contraddizione che prende forma una proposta semplice e radicale allo stesso tempo: creare un social hub, uno spazio civico aperto, accessibile, condiviso, capace di rispondere a bisogni diversi senza frammentarli. Non un centro sociale nel senso tradizionale, né un coworking per pochi addetti ai lavori, ma un luogo pubblico di comunità, capace di tenere insieme studio, incontro, cultura, partecipazione. Un posto dove leggere, lavorare, confrontarsi, imparare, ma anche semplicemente stare, senza dover giustificare la propria presenza. Un’alternativa concreta all’isolamento domestico e al consumo come unica forma di socialità possibile.

Un social hub, in questa prospettiva, dovrebbe innanzitutto essere nel cuore della città, raggiungibile a piedi, vicino alle scuole, all’università, ai servizi pubblici. La scelta del luogo non è neutra: recuperare un immobile pubblico nel centro storico significherebbe non solo ridare funzione a uno spazio fisico, ma riattivare un pezzo di città, restituendolo alla vita quotidiana, contrastando la trasformazione del centro in uno spazio solo turistico o simbolico.

Dentro, lo spazio dovrebbe essere pensato come realmente multifunzionale e accogliente: sale studio e lettura con orari ampi, anche serali, per rispondere alle esigenze di studenti e lavoratori; tavoli comuni che favoriscano l’incontro e la condivisione, superando la logica delle postazioni isolate; connessione digitale e strumenti di base per lavorare e comunicare. Accanto a questo, sale per incontri pubblici, presentazioni di libri, dibattiti sui temi che toccano la vita concreta delle persone: lavoro, ambiente, trasporti, diritti, fragilità sociali, qualità della vita.

Un’attenzione particolare andrebbe riservata ai giovani. Non come destinatari passivi di attività “per ragazzi”, ma come protagonisti di uno spazio da abitare e da costruire. Spazi da co-gestire, laboratori di comunicazione, podcast, musica, progettazione culturale e sociale. Se i giovani non riconoscono un luogo come proprio, se non lo sentono parte della loro quotidianità, quel luogo è destinato a spegnersi rapidamente.

Ma un social hub non vive solo di spazi e di buone intenzioni: vive di regole chiare e di una governance trasparente. La proprietà pubblica deve accompagnarsi a una gestione aperta e responsabile, affidata a soggetti del terzo settore, con il coinvolgimento delle associazioni cittadine e un comitato civico di indirizzo. Programmi, bilanci e calendari devono essere pubblici e accessibili. Nessuna occupazione, nessun feudo, nessuna appropriazione simbolica: lo spazio è di tutti e per tutti.

Anche dal punto di vista economico, la sostenibilità è possibile senza snaturare la funzione sociale: una piccola caffetteria non commerciale, contributi simbolici, progetti finanziati, reti con fondazioni e istituzioni. Non per fare profitto, ma per evitare che tutto si riduca a un costo permanente e privo di responsabilità condivisa.

In fondo, la questione è culturale prima ancora che urbanistica. La città non è solo un insieme di edifici, ma una trama di relazioni. Quando i luoghi pubblici scompaiono, quando diventano inaccessibili o esclusivi, quella trama si lacera, e con essa si indebolisce la comunità. Un social hub può essere uno strumento concreto per ricucire, per ridare forma a legami sociali che rischiano di sfilacciarsi definitivamente.

In un tempo segnato da individualismo, paure e chiusure, investire su spazi condivisi significa compiere una scelta politica alta, nel senso più nobile del termine: prendersi cura del bene comune. È una prospettiva che parla anche al mondo cattolico, alla sua tradizione di attenzione alla persona, alla comunità, alla partecipazione e alla responsabilità condivisa. Ed è una sfida che città come Viterbo non possono più permettersi di rimandare.

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Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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