

VITERBO – Il Pride non è una festa di mezza estate, un carnevale di bandiere che sventolano nel tempo breve di una giornata per poi tornare a riporre tutto nei cassetti del quotidiano. È su questa linea che Arcigay Viterbo – Peter Boom APS, Erinna APS, APS Kyanos e Perché io Segno APS hanno deciso di prendere posizione in vista del corteo del 6 giugno per il centro di Viterbo
“Il Pride è ancora necessario ovunque l’esistenza di una persona possa essere resa più fragile dall’odio, dallo stigma o dall’isolamento sociale”, dichiarano le associazioni. “La sua forza politica riguarda il modo in cui un’intera comunità sceglie di stare accanto alle vite più esposte e alle persone che più facilmente vengono lasciate sole”.
Per le sigle promotrici, il limite di un Pride vissuto solo come evento è evidente in un territorio come quello viterbese: “In una Tuscia dove la distanza dai servizi e la fatica di esporsi rendono più difficile chiedere aiuto, un Pride locale non può limitarsi a dichiarare il proprio radicamento. Deve mostrare di conoscere il territorio che attraversa, riconoscendo le sue mancanze e le pratiche di cura già attive”.
Il tema della “cura”, scelto come asse simbolico di questa edizione, viene accolto con favore, ma con un distinguo netto: “Parlare di cura significa assumersi la responsabilità delle persone più esposte. Se però questa parola non riconosce chi nel territorio già cura, ascolta e accompagna, rischia di non bastare a costruire una posizione politica radicata nei bisogni reali”. Le associazioni sottolineano con forza questo punto: “Riteniamo necessario evitare che la Tuscia appaia, anche solo implicitamente, come una pagina bianca sulla quale tutto debba ancora essere scritto. Una piattaforma politica realmente territoriale dovrebbe partire dal riconoscimento di questo lavoro, comprendendone la fatica».
Il documento prosegue con richieste di posizionamento politico preciso: “Saremo in piazza con una posizione chiara e responsabile. In un Paese in cui la continuità del male rende nuovamente accettabili esclusioni e disumanizzazioni, dichiarare da quale parte si sta è parte stessa della responsabilità politica del Pride”. Le sigle sono perentorie: “Senza un antifascismo esplicito, il Pride perde una parte decisiva della propria genealogia politica”.
Infine, l’appello tocca la politica internazionale: “Riteniamo politicamente necessario nominare con forza Gaza e la Palestina. In un documento che sceglie la cura come parola fondativa, l’assenza della Palestina rischia di indebolire la coerenza politica di tutto il manifesto. La questione palestinese riguarda infatti il modo in cui un movimento che parla di diritti e dignità sceglie quali vite proteggere”.
Le associazioni concludono con una chiusura che è anche un invito: “La piazza del Pride non appartiene né a un documento, né a una singola sigla, né a un perimetro politico chiuso; appartiene alle persone che la attraversano e alle comunità che la rendono necessaria”.
















