




















INSIDE – L’appuntamento era alle otto e mezza a Grotte di Castro. Io e Giuseppe, divisi da mille cose ma uniti da quella stessa identica malattia che si chiama fotografia: l’ossessione di fermare il tempo in un fotogramma. Giusto il tempo di un caffè veloce, un cenno d’intesa, e poi le ruote dell’auto hanno preso la Cassia, direzione Siena.
Appena superata Acquapendente, il paesaggio ha fatto quel cambio di abito che ti toglie il fiato. I nostri boschi fitti e ombrosi della Tuscia si sono arresi di colpo al secco dorato che questo principio d’estate ha impresso sulle colline della Val d’Orcia. Curve che sembrano dipinte, terra bruciata dal sole e un cielo che diventava sempre più terso man mano che salivamo. Sapevamo di lasciare la nostra terra, ma dentro avevamo una certezza intima: stavamo andando a trovare un pezzetto di Tuscia proprio là, nel cuore pulsante di Siena, in Piazza del Campo.
Quel pezzetto di Tuscia ha un nome e un cognome che a Siena fanno risuonare la storia: Dario Colagè, per tutti “Bufera”.
Un uomo della nostra terra, nato a Canino, che a Siena ha scritto pagine indelebili. Uno capace di esordire in Piazza il 2 luglio del 1989 e vincere subito per i colori della Lupa con il cavallo Vipera, che tagliò il traguardo scosso. Uno che ha trionfato ancora il 16 agosto 1994 nella Tartuca su Delfort Song, e poi di nuovo il 16 agosto 1998 per il Nicchio su Re Artù. Venticinque Palii corsi, tre vittorie, una vita a pelo tra i canapi. E anche se la sua ultima apparizione da fantino in Piazza risale al 2 luglio 2003, Dario non ha mai smesso di respirare quel tufo. Quest’anno si è presentato alla Tratta con il suo gioiello, Benitos.
Benitos è un cavallo che in Piazza sta scrivendo una storia solida e generosa. Ha esordito il 17 agosto 2024 con la Contrada della Lupa, montato da Dino Pes detto Velluto, portando a casa la vittoria. È tornato in Piazza il 16 agosto 2025 con la Civetta, montato da Jonatan Bartoletti detto Scompiglio, e poi ancora in questo Palio del 3 luglio 2026, dove la sorte lo ha destinato alla contrada dell’Oca, montato da Sebastiano Murtas detto Grandine. Portare un cavallo alla Tratta significa consegnare un pezzo del proprio cuore al destino di una città intera. E noi eravamo lì anche per questo.
Oltre i Giorni di Festa: L’Equilibrio della Tratta.
Molti pensano che il Palio sia solo il 2 luglio e il 16 agosto. Chi guarda da fuori vede la corsa, i colori, la parata. Ma chi rispetta Siena sa che ci sono altre due date di uguale, vitale importanza, momenti in cui si decidono gli equilibri e l’esito finale della Carriera: il 29 giugno e il 13 agosto. È il giorno della Tratta.
Nel regolamento è scritto chiaro: la mattina presto, intorno alle 7, davanti al Comune vengono presentati i cavalli. Ci sono quelli che hanno già esperienza e quelli selezionati la mattina precedente nelle “prove di notte” – quelle che un tempo si facevano al buio, senza regole, quando la piazza era vuota, per far prendere confidenza agli animali con la pista e farsi notare dai Capitani. Poi, intorno alle 9, iniziano le batterie: sei o otto cavalli alla volta corrono per tre giri intorno alla Piazza sotto gli occhi attenti dei veterinari e dei Capitani. Dopo mezzogiorno, sul palco davanti al Palazzo Pubblico, avviene il sorteggio. I barberi vengono abbinati alle dieci Contrade. Da quel momento, quando il barbaresco prende in consegna il cavallo per portarlo nella stalla, non si torna più indietro: quel cavallo è il tuo Palio, nel bene e nel male. Ma il regolamento è solo inchiostro. La realtà del 29 giugno 2026 è stata tutta un’altra cosa.
La Bolgia del 29 Giugno.
La Tratta non è un sorteggio matematico. È il momento esatto in cui il destino prende forma e diventa epica cittadina. Non esistono favoriti immuni alla sorte. Un cavallo straordinario può toccare in sorte alla Contrada rivale, decretando una condanna psicologica prima ancora della corsa; un cavallo ritenuto debole costringe un intero popolo a ridefinire la strategia, aggrappandosi alla fede e alla pura tattica politica dei Capitani.
Quel 29 giugno credo sia stato il giorno più caldo dell’anno. L’atmosfera in Piazza era sospesa, l’aria rarefatta, densa, mescolata all’umidiccio del sudore che nella calca ti andavi a prendere inevitabilmente dalla gente intorno. Migliaia di persone fissavano il palco dei Capitani in un silenzio tombale, irreale. Poi, il boato che accompagna l’esito del bussolotto.
L’urlo, a Siena, ha la stessa identica forza del silenzio.
In quell’istante ho visto quello che nessun turista potrà mai capire se si ferma alla superficie. Ho visto la gente piangere. Persone che si abbracciavano al primo amico che trovavano sulla traiettoria, senza cercarsi, come calamite attratte da una forza invisibile. Altri stavano in silenzio, immobili, senza parlare, ma gli sguardi e gli occhi parlavano da soli. Io e Giuseppe eravamo lì in mezzo, con le macchine fotografiche in mano, immersi in questo caleidoscopio di colori, di polvere, di sudore ed emozioni pure. Non cercavamo lo scatto da cartolina; cercavamo la verità di quegli sguardi.
Il Rispetto per un Popolo
Da fotografo, e da uomo che viene da fuori, impari subito una cosa se hai rispetto: il Palio non è una semplice corsa di cavalli. È un microcosmo che riflette l’esistenza umana. Quei novanta secondi in Piazza del Campo racchiudono la fatica quotidiana, l’imprevedibilità del destino, il trionfo del gruppo sul singolo e l’accettazione della sconfitta.
Per i senesi, la Contrada non è un quartiere o una squadra: è una famiglia allargata che ti accompagna dalla nascita alla morte. È un’istituzione sociale attiva tutto l’anno, dove si impara la solidarietà, il sacrificio del singolo per il bene comune. La vittoria è un’estasi collettiva, ma anche la sconfitta – vivere “da nonni” o dover “visitare l’altra Contrada” che festeggia – viene metabolizzata insieme, stringendosi ancora di più.
Vivere il Palio significa comprendere che l’attesa e il lavoro di un anno intero si concentrano in un istante effimero, dove il successo non dipende solo dalle tue capacità, ma dalla sorte. La corsa a pelo, senza sella, simboleggia la natura selvaggia e incontrollabile della vita, che a volte ti porta a cadere proprio quando il traguardo sembra a un passo.
Siamo tornati verso la Tuscia la sera, stanchi, con la polvere del Campo ancora attaccata alla pelle e le schede di memoria piene di volti. Abbiamo attraversato di nuovo le colline della Val d’Orcia al tramonto, grati per aver assistito non a uno spettacolo, ma al racconto vivo di un popolo che, attraverso una tradizione immutata, affronta a viso aperto la fragilità e la forza dell’essere umani.
© Maurizio Di Giovancarlo Tuscia Fotografia









































