

SPECIALE – Mettetevi comodi, perché oggi vi porto in un luogo che non è semplicemente un pezzo di geografia laziale, ma una vera e propria epifania dello spirito. Parliamo di Chia, una frazione di Soriano nel Cimino, nella Tuscia viterbese. Un luogo dove la natura si fa barocca, quasi teatrale, pur rimanendo arcaica e severa.
Ed è proprio qui, tra i boschi fitti e le rocce vulcaniche, che accade il miracolo della trasfigurazione culturale. Perché c’è stato un uomo, un intellettuale corsaro ed eretico, che in questo squarcio di Tuscia non ha visto soltanto dell’acqua che cade, ma vi ha letto l’archetipo della Storia Sacra. Parlo, va da sé, di Pier Paolo Pasolini.
La Tuscia come Terra Santa: l’intuizione di un genio
Siamo nel 1964. Pasolini sta girando quel capolavoro assoluto, di un’intensità quasi insostenibile, che è Il Vangelo secondo Matteo. Ora, il regista, uomo dalla sensibilità rabdomantica, rifiuta l’ovvietà filistea di andare a girare in Palestina. La Terrasanta moderna gli appare troppo contaminata, troppo borghese, priva di quella purezza contadina e primordiale che lui cerca disperatamente.
Cosa fa, allora? Cerca la sua Palestina nell’Italia del Sud, tra i sassi di Matera e le arsure della Calabria. Ma quando deve mettere in scena l’inizio di tutto, l’atto fondativo del Ministero di Cristo – il Battesimo – Pasolini ha un’illuminazione. Ha bisogno di un’acqua che parli, di un’acqua che abbia il peso del mito. E la trova a Chia. Le cascate del Fosso del Castello diventano, per magia cinematografica e profondità poetica, il fiume Giordano
L’estetica dell’acqua e della roccia
Immaginate la scena, che conserva ancora oggi una potenza visiva formidabile. C’è Giovanni Battista, interpretato da un memorabile Mario Socrate, che predica immerso in questa natura selvaggia. Le cascate di Chia non sono le cascate svizzere, precise, ordinate, quasi geometriche. No, no. Questa è un’acqua che scava la roccia scura, il tufo, che crea forre, spruzzi improvvisi e pozze profonde. È un paesaggio “matorico”, direbbero gli spagnoli, intriso di un misticismo terragno.
Nel bianco e nero contrastato, quasi espressionista, della pellicola di Pasolini, l’acqua delle cascate di Chia acquista una consistenza materica, argentea e drammatica. Diventa l’elemento purificatore. Il contrasto tra la verticalità della cascata e la fissità ieratica dei volti dei personaggi crea un corto circuito estetico straordinario. Pasolini non sta documentando; sta inventando una sacralità nuova attraverso il recupero del paesaggio arcaico italiano.
Un innamoramento che si fa dimora
L’impatto di questo luogo sull’animo di Pasolini fu così devastante – nel senso più nobile del termine – che il poeta non se ne andò mai veramente. Rimase stregato da Chia, tanto da acquistare, pochi anni dopo, i resti della medievale Torre di Colle Casale, che svetta proprio sopra la gola delle cascate. La restaurò con un gusto filologico squisito, facendone il suo buen retiro, il suo avamposto di pensiero contro l’omologazione della modernità. Lì scrisse parti di Petrolio e delle sue Lettere luterane.
Cosa ci insegna, dunque, il Giordano di Chia? Ci insegna che il paesaggio italiano possiede una stratificazione culturale talmente densa da poter viaggiare nel tempo e nello spazio. Grazie alla lente d’ingrandimento del cinema pasoliniano, un piccolo fosso della Tuscia ha saputo farsi carico del peso della grande storia d’Oriente.
Andate a Chia, allora. Camminate tra quei sentieri, ascoltate il rumore dell’acqua e, per un attimo, lasciatevi battezzare dalla bellezza della nostra storia.

















