
VITERBO – A Viterbo, il mese del Pride si è aperto con un’assenza che ha fatto rumore. Arcigay Viterbo – Peter Boom APS, una delle realtà storiche del territorio, ha deciso di non aderire all’edizione 2025 del TusciaPride, rompendo di fatto con quella che, da qualche anno, si è posta come organizzatrice del Pride cittadino, dopo che il primo evento ufficiale nel 2022 era stato organizzato da Arcigay stessa in collaborazione con LazioPride.
La scelta ha lasciato spiazzati molti, ma non arriva all’improvviso. Dietro c’è evidentemente una frattura profonda, che si trascina sicuramente da tempo, e che ora è esplosa in forma pubblica, tra comunicati, critiche e inviti mancati.
Già nel 2024, infatti, l’adesione di Arcigay all’evento fu tutt’altro che entusiasta: l’associazione scelse comunque di partecipare, ma lo fece sfilando con uno striscione che recitava “Stop rainbow washing”, un messaggio che allora apparve a molti criptico e oggi, alla luce di quanto accaduto in consiglio comunale e dei toni dei comunicati ufficiali, assume un significato più chiaro.
Il tema, a quanto si deduce dai documenti diffusi, riguarda probabilmente non solo la trasparenza ma anche una chiara distanza da ogni forma di ingerenza partitica nella costruzione del Pride. In questo senso, il gesto di allora appare oggi quasi come un primo segnale pubblico di disagio.
Come emerge dai comunicati ufficiali diffusi nei giorni precedenti alla manifestazione, la decisione di non aderire è stata motivata dall’assenza, a pochi giorni dall’evento, di un manifesto politico condiviso, che delineasse in modo trasparente le finalità e la visione dell’iniziativa. Il rischio segnalato era quello di una manifestazione ridotta a momento simbolico, più che a reale piattaforma di rivendicazione politica.
Le note diffuse mettono inoltre in evidenza la mancanza di un percorso partecipativo, ovvero di un coinvolgimento reale delle altre associazioni LGBT+ e delle realtà alleate del territorio nella costruzione dell’evento.
A ciò si aggiungeva un’osservazione non secondaria: la mancanza di informazioni chiare sul reperimento dei fondi, come emerge sempre dai comunicati diffusi. Questo elemento, unito all’assenza di un dialogo strutturato con le altre realtà del territorio, lascia intravedere una certa chiusura nella gestione dell’iniziativa, e potrebbe far sorgere – legittimamente – interrogativi più ampi sull’impianto associativo di riferimento e sulle modalità con cui viene gestita un’iniziativa tanto rilevante a livello pubblico. A quanto risulta infatti, l’associazione promotrice dell’evento non sarebbe iscritta al RUNTS, il registro nazionale delle associazioni di promozione sociale. Forse proprio a questa condizione si riferiscono le accuse di “opacità” nella raccolta fondi e nella gestione delle risorse.
A fronte di una raccolta fondi pubblica apparentemente ferma da mesi e di un sito web fuori uso, resta sicuramente di interesse pubblico la questione su come vengano coperti i costi della manifestazione: carro, SIAE, audio, sicurezza, promozione. Una domanda – finora senza risposta – che circola sempre più spesso anche tra le persone coinvolte nella comunità locale: chi finanzia TusciaPride? E con quali criteri?
A rendere il quadro ancora più complesso, si aggiunge la tempistica della mozione comunale sul contrasto all’omofobia, presentata da esponenti del Partito Democratico proprio all’indomani della manifestazione. Un’operazione politica che, per alcuni osservatori, avrebbe avuto l’effetto di sovrapporre il Pride con l’agenda istituzionale di un partito. La vicinanza di esponenti PD al Pride, già evidente durante il corteo, e la successiva iniziativa in Consiglio comunale, hanno alimentato dubbi su possibili interferenze politiche nell’organizzazione dell’evento. Non pochi si chiedono: il PD è TusciaPride? TusciaPride è il PD?
Sul piano delle attività, le due realtà appaiono oggi strutturate in modo molto diverso. TusciaPride si concentra principalmente sull’organizzazione della parata annuale, con qualche evento collaterale. Arcigay Viterbo, invece, ha in corso una programmazione più regolare e continuativa, che include iniziative culturali, momenti formativi e servizi rivolti alla comunità LGBTQIA+, come uno sportello di ascolto e una sede operativa aperta al pubblico. Si tratta di approcci distinti, ciascuno con caratteristiche proprie.
Infine, anche sul fronte della partecipazione si è aperto un dibattito. Se da un lato la stampa locale ha rilanciato le stime degli organizzatori, che parlano di oltre 3.000 partecipanti, dall’altro le immagini circolate online raccontano una realtà molto più contenuta. Secondo fonti indipendenti, le presenze effettive si aggirerebbero intorno alle 300 unità. Un dato che alimenta l’impressione di un’edizione meno riuscita del previsto e che, secondo alcune interpretazioni, potrebbe essere stata influenzata anche dalla mancata partecipazione di Arcigay e delle realtà a essa collegate.
In questo contesto, è stata avanzata pubblicamente la proposta di istituire un coordinamento territoriale LGBTQIA+ permanente, che possa garantire percorsi realmente condivisi, democratici e trasparenti nella costruzione dei Pride futuri. Una proposta, questa, che sembra guardare oltre la frattura attuale per tentare di ricucire un tessuto associativo oggi visibilmente lacerato.
Al momento, non risultano dichiarazioni ufficiali da parte di TusciaPride in risposta alle critiche sollevate da Arcigay. La manifestazione si è comunque svolta regolarmente, anche se non senza lasciare dietro di sé una scia di interrogativi e una sensazione diffusa che qualcosa, quest’anno, non abbia funzionato come previsto.


















