
Questa settimana ho imparato tante cose nuove. Il nome delle Winx e degli amici di Peppa Pig; i retroscena horror di Cappuccetto rosso; la delicata arte dell’intreccio di elastici per la creazione di braccialetti e la certosina operazione dell’inserimento di perline nel filo di nylon per fare collane multicolor. Poi mi sono ricordata di quanto sia bello sporcarsi le mani e la faccia con la terra, fare merenda alle 10 di mattina e pranzare alle 13 con lo stomaco che canta dalla troppa fame.
Passare qualche giorno con un gruppo di circa 30 bambini è stato intenso e, tra un nascondino e un puzzle, mi ha fatto riflettere sul rapporto tra città e bambini.
Ho iniziato a pensare a come i bambini vivono lo spazio urbano che li circonda, a quanto siano realmente autonomi e indipendenti negli spostamenti, a quanto siano liberi di andare in bicicletta o giocare in piazza. Nessuna riflessione vernacolare sui bei tempi passati, quando si giocava a piedi nudi nei prati e in via Gluck si stava tanto bene perché non c’era la città. No. Io sono cresciuta in un condominio, Celentano era già anzianotto, giocavo a palla nel cortile d’asfalto sotto casa e tutto è filato liscio comunque.
Ho riflettuto, invece, su quanto la città sia realmente inclusiva dell’infanzia. La città in cui viviamo è espressione di una volontà decisionale prettamente adultocentrica, che ha abdicato al potere assoluto delle automobili, rinunciando alla centralità dello spazio pubblico come nodo fondamentale di scambio sociale e relazionale. In un contesto simile, è facile immaginare che i bambini siano l’ultima ruota del carro urbano e, in tal senso, che non abbiano il potere di decidere come vivere e, conseguentemente, trasformare la città che vivono quotidianamente. Ma una via d’uscita c’è. I bambini sono capaci di esprimere i propri bisogni e di contribuire attivamente al cambiamento della città, soprattutto perché i bisogni dei più piccoli non possono non coincidere con quelli di gran parte dei cittadini, soprattutto dei più deboli. Una città realmente vivibile è una città che abbassa lo sguardo all’altezza di bambino, che promuove iniziative trasversali in grado di coinvolgere tutte le fasce sociali e che favorisce percorsi di progettazione partecipata e democratica.
In questo senso, appunto, è stata sviluppata la strategia delle città sostenibili amiche delle bambine e dei bambini, che fa da sfondo alle iniziative locali, nazionali e internazionali delle associazioni e dei governi per promuovere un ambiente a misura dell’infanzia. In particolare a livello internazionale abbiamo la Convenzione dei Diritti dell’Infanzia, (ONU – New York, 20.11.1989) l’Agenda 21 (ONU, Rio de Janeiro 1992), l’Agenda di Habitat II (ONU, Istanbul, 1996). A livello nazionale, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, che partecipa al coordinamento dei Comuni italiani per l’Agenda 21 e per l’attuazione di Habitat II, ha promosso il progetto “Città sostenibili delle bambine e dei bambini”. A loro volta, le Associazioni locali e nazionali impegnate sul tema infanzia-territorio-partecipazione, hanno contribuito con iniziative, campagne, percorsi educativi e sperimentali alla realizzazione di un nuovo approccio all’infanzia e alla città.
In particolare, il Gruppo di ricerca “La città dei bambini” ha portato avanti un lavoro di ascolto e partecipazione con i bambini in diverse città italiane e ha fornito un questionario dal quale sono uscite furi cose molto interessanti:
– difendono i diritti dei pedoni e denunciano la prepotenza del traffico
– rivendicano la necessità di spazi per il gioco contro il dominio delle auto (un gruppo di bambini ha chiesto di poter avere per i loro giochi lo stesso spazio che le macchine hanno per il parcheggio).
– chiedono una città bella, perché andare a piedi è piacevole se le strade sono ben tenute, se c’è qualcosa da vedere, se ci sono alberi e fiori.
– chiedono di potersi muovere in bicicletta
– chiedono di poter abitare in edifici che non siano né villette (dove si rimane soli) né enormi condomini (dove si vive male e non ci si conosce).
L’idea di città a misura di bambino che viene fuori dai questionari può sembrare ingenua e troppo semplice. In realtà evidenzia le complessità e i nodi che il governo adulto della città non è riuscito a risolvere e propone una nuova immagine urbana, orientata verso lo sviluppo sostenibile di un ambiente urbano capace di offrire una migliore qualità di vita per tutti i diversi soggetti sociali.


















