
EDITORIALE – Per i viterbesi, almeno quelli che sentono dentro il legame con santa Rosa e la sua tradizione di festa, questo tre settembre del 2020 è un giorno che sarà impossibile dimenticare. Per dirla con le parole del presidente del Sodalizio Massimo Mecarini, che ho avuto modo di sentire in questi giorni, “ce lo ricorderemo a lungo”.
Nessun “sollevate e fermi”, nessuna città con le vie e le piazze così piene da coniare il termine “pare santa Rosa” per raccontare i giorni di grande presenza di persone. Niente voce del capofacchino Sandro Rossi, ma quanto è bella quella voce la sera del tre? Niente fazzoletti bianchi inginocchiati a San Sisto, dentro la chiesa a prendere la benedizione. Dei Trasporti che ho avuto la fortuna di seguire come cronista posso dire che la cosa che più mi ha tolto il fiato, sarà stato anche per il caldo, è il momento dentro la chiesa di San Sisto.
Non ci sarà niente: non i bambini sulle spalle dei genitori, no le persone sedute sulle sedie portate da casa, no i ragazzi che dalla notte dormono in strada per avere i posti migliori.
Il paradosso che vogliamo sottolineare e su cui invitiamo a ragionare è che proprio perché non avremo niente ci sarà possibile sentire più forte tutto. Sarà una notte del tre piena di ricordi, dove piangeremo almeno una lacrima a testa. Sessantamila lacrime di gioia. Sì cariche della felicità che per 75 anni ininterrotti l’attaccamento a santa Rosa ha regalato ai viterbesi. L’assenza di questo tre settembre 2020 saprà parlarci dentro, insegnandoci molte cose. La decisione di dire no al Trasporto e a tutto il resto, per quanto dura, è giusta. Con l’idea che stiamo facendo la cosa giusta e godendoci ognuno quella lacrima avremo vissuto lo spirito più autentico della sera del tre.


















