Tra l’oro di Bisanzio e il tufo della Tuscia: il Rinascimento segreto del "Balletta" a Viterbo
Balletta
800 Monastero
Viterbo custodisce questo segreto d'oro e di tufo; e Francesco d'Antonio, il Balletta, è l'uomo che ancora oggi, a chi sa guardare oltre la superficie, svela l'anima più profonda e segreta della Tuscia quattrocentesca. 

SPECIALE – Chiudete gli occhi, siamo nell’Italia del Quattrocento. Pensiamo che fuori da quei grandi centri di Roma, Firenze, Milano e Venezia ci fosse il vuoto, la provincia sonnolenta. E invece no! Esisteva una costellazione di corti e di liberi comuni dove si consumavano esperimenti d’una raffinatezza inaudita.

Prendete Viterbo. Una città di tufo, di fontane monumentali, di papi e di palazzi che trasudano un medioevo fiero, ma che a un certo punto, nel pieno del XV secolo, comincia a flirtare con la modernità. E chi è il regista occulto, il pennello magico che traduce in immagini questa transizione? È un signore che si chiama Francesco d’Antonio da Viterbo, ma che tutti, con quel gusto tipicamente italiano per il soprannome affettuoso e un po’ canzonatorio, chiamavano “Il Balletta”.

Il Balletta! Già il nome ha un ritmo, una danza intrinseca. Attivo tra gli anni Trenta e gli anni Settanta del Quattrocento, questo pittore è il vero genius loci visivo di Viterbo. Ma non commettiamo l’errore di considerarlo un provinciale isolato. Il Balletta è un eclettico, un uomo che viaggia con gli occhi e con la mente. Nella sua pittura c’è un cortocircuito fantastico: da un lato la solennità geratica, quell’oro bizantineggiante e tardogotico che a Viterbo piaceva tanto perché profumava di stabilità e di sacralità papale; dall’altro, l’eco delle rivoluzioni che accadevano a Firenze. Il Balletta guarda Donatello, intuisce la prospettiva di Filippo Lippi, assorbe la lezione senese di Bartolo di Fredi e la rielabora con una durezza espressiva tutta laziale, una concretezza che definirei quasi “etrusca” nella sua solidità.

Se volete capire il legame viscerale tra Viterbo e il suo pittore, dovete fare una passeggiata – che è un pellegrinaggio dell’anima – fino alla chiesa di San Sisto, proprio a ridosso delle mura. Lì si conserva un polittico che è un monumento di sfolgorante bellezza. Una Madonna in trono col Bambino e santi dove i fondi oro dialogano con una plasticità dei corpi che è già pienamente rinascimentale. I volti dei santi hanno la fisionomia fiera delle famiglie viterbesi del tempo; non sono astrazioni teologiche, sono contadini nobilitati, sono i priori della città travestiti da protettori celesti. È il sacro che si fa carne nel tufo.

E poi, pensate agli affreschi di Santa Maria Nuova, un altro scrigno viterbese dove il Balletta lascia il segno. Lì si scopre un pittore che sa essere anche straordinariamente narrativo, capace di raccontare storie sacre con la stessa vivacità con cui un cronista dell’epoca avrebbe descritto una rissa in piazza del Plebiscito o l’arrivo di un nuovo legato pontificio.

La Viterbo del Balletta è una città sospesa. Sospesa tra l’orbita di Roma – che con i papi cercava di normalizzare e fagocitare il territorio – e l’orgoglio di un’autonomia culturale che rivendicava le proprie radici. Il nostro pittore dà forma a questa sospensione. Non cede mai del tutto alla morbidezza fiorentina; mantiene una sua spigolosità fiera, una tavolozza di colori accesi, quasi smaltati, che risplendono nell’oscurità delle navate romaniche.

Che lezione ci lascia, oggi, il Balletta? Ci ricorda, con un’eleganza d’altri tempi, che la grande storia dell’arte italiana è una storia policentrica. Che la bellezza non abita solo nei grandi musei sdoganati dal turismo di massa, ma si nasconde, intatta e superba, nelle penombre delle nostre città di provincia. Viterbo custodisce questo segreto d’oro e di tufo; e Francesco d’Antonio, il Balletta, è l’uomo che ancora oggi, a chi sa guardare oltre la superficie, svela l’anima più profonda e segreta della Tuscia quattrocentesca.

 


L’Itinerario: Oro, Smalti e Tufo

Tappa 1: La Chiesa di San Sisto (Porta Romana)

Il capolavoro sospeso Il nostro viaggio non può che iniziare qui, a ridosso delle mura meridionali, dove la città accoglie i viaggiatori che giungevano da Roma. All’interno di questa imponente architettura romanica si conserva l’opera più sfolgorante del Balletta: il Polittico di San Sisto (datato attorno al 1457).

  • Cosa cercare con l’occhio: Avvicinatevi alla Madonna in trono col Bambino e santi. Notate il cortocircuito fantastico: lo sfondo è d’oro zecchino, piatto, quasi medievale, voluto dai committenti per dare un senso di assoluta sacralità papale. Ma guardate i corpi, la plasticità dei panneggi, la durezza fiera dei volti dei santi. Non sono astrazioni: sono i volti della Viterbo del Quattrocento nobilitati dal pennello.

Tappa 2: La Chiesa di Santa Maria Nuova

Il racconto e la devozione civica Ci spostiamo verso il cuore antico di Viterbo, camminando lungo via Garibaldi e via San Lorenzo, fino a incontrare una delle chiese più antiche e affascinanti della città. Santa Maria Nuova è uno scrigno che custodisce una straordinaria pinacoteca “diffusa” sulle sue pareti di tufo.

  • Cosa cercare con l’occhio: Qui il Balletta si fa narratore. Cercate i suoi affreschi (tra cui una splendida Crocifissione con i santi), dove la tavolozza si accende di colori smaltati, quasi metallici. Notate la spigolosità fiera delle figure, quella linea di contorno netta che non cede mai del tutto alla morbidezza fiorentina, ma mantiene un orgoglio tutto laziale.

Tappa 3: Il Museo Civico di Viterbo (Chiostro di Santa Maria della Verità)

Il Balletta a confronto con la storia Risaliamo verso la parte settentrionale della città per raggiungere l’ex convento di Santa Maria della Verità, oggi sede del Museo Civico. Qui il Balletta gioca “in casa”, poiché l’intero complesso conserva memorie della Viterbo rinascimentale.

  • Cosa cercare con l’occhio: Nelle sale del museo sono conservate tavole e frammenti che permettono di studiare l’evoluzione del pittore. È qui che si capisce come il Balletta guardasse a Siena (a Bartolo di Fredi e Taddeo di Bartolo) e come cercasse di dialogare con le novità prospettiche che arrivavano da Firenze tramite l’Umbria. Un confronto ravvicinato con la sua tecnica, prima di uscire nel meraviglioso chiostro gotico-rinascimentale.

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Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Angel porta un messaggio divino fra gli uomini, che non lo capiscono; o lo capiscono troppo tardi. Non lo hanno capito neppure a Radio1 Plot Machine…
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Un uomo che ha capito che tutto il successo del mondo non vale quanto la possibilità di riposare all'ombra di un castagno che hai piantato con le tue mani.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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