
EDITORIALE – Il fatto è vero, anche se qualche malpensante potrebbe tacciare tutto di artificio letterario. E’ il venerdì di tutti i santi, mi trovo in viaggio sulle strade della Toscana. Pausa tecnica per mangiare qualcosa, cellulare stupidamente non messo in “modalità aereo”, che è l’unico modo per salvarsi le giornate di pausa dal continuo borbottio di chiamate, e tamburo di messaggini whatsapp. Chi ha inventato quest’applicazione andrà all’inferno, sicuro.
La faccina dall’altra parte è amica, nel senso più autentico della parola. Quindi strappo alla regola e apertura della chat per vedere cosa ha da dire. Viterbese, fuori città dai tempi dell’università – che tra l’altro abbiamo fatto insieme -. Mai più rientrato, ma da qualche tempo ha cambiato delle cose nelle sua vita ed è tornato a casa. Scrive a me per dirmi che Viterbo, la nostra città (che amiamo in maniera direttamente proporzionale a quanto non riusciamo a capire e a quanto ci va di traverso), è messa malissimo. Mi racconta che vuole fare qualcosa, che ce ne sono tanti intorno a lui così, mi vuole incontrare.
Rispondo cortesemente, ci sorrido sopra. Se penso a quello che abbiamo combinato con questo amico e a quello per cui è arrivato a scrivermi c’è un cortocircuito importante. Vuole fare qualcosa perché ha un figlio e un altro in arrivo. Io ne ho una. Penso a uno scambio chat di qualche giorno fa con un altro ex compagno di scuola, anche lui mi ha contatto per prendere un caffè. Guardano al giornale, La Fune, con interesse.
Che gli dico io a questi? Mi domando. Cosa penso io di Viterbo? Una città messa male tanto, concordo con loro. Spesso mi domando se sia stato un errore rimanere e mi chiedo se continuare a stare qui sia un errore rinnovato ogni giorno che passa. Servono altri politici? Sì sicuro, ma per andare dove? Servono altri imprenditori? Sì, ma per fare cosa?
Non mancano i soldi, mancano le visioni. Le idee, la capacità di decidere e di portare in fondo la decisione. Anche a costo di diventare odiati. Manca un’anima, un pensiero, un essere. Tante macerie, tanta gente portatrice di macerie. Pochi costruttori, parecchie pecore e tantissimi ectoplasmi. Poi leggo di Leopardi. Una serie di incontri alla Biblioteca Consorziale sulla poesia. Elogio della poesia.
Da cose tipo queste bisognerebbe ripartire, bisognerebbe mettere queste cose al centro della nostra mente e agire su tutto. Perché se hai Leopardi in mente magari riesci a vedere che a Viterbo non esiste un quartiere-parco. Che il capoluogo della Tuscia sputa in faccia ogni giorno ai suoi bambini non prevedendo un parco che sia degno di questo nome nel proprio tessuto urbano. Andate al parco di via Carlo Cattaneo, io ho smesso di andarci. Divento una iena quando ci passeggio con mia figlia. Non c’è un gioco che non sia rotto. Lì, davanti a quello schifo, mi viene voglia di lasciare Viterbo e di stramaledirla.
Se hai Leopardi in testa non arrivi nel 2019 senza un centro storico progettato in maniera contemporanea negli arredi e nell’utilizzo. Non ti manca un parcheggio interrato e la notte i cittadini ti parcheggiano dentro al Comune senza che nessuno faccia niente.
Allora proprio perché alla Biblioteca c’è Leopardi spero. Rimango. Rispondo ai messaggi degli amici, prendo caffè con loro (sperando di non farci venire la colite) e immagino un futuro. Cambiare Viterbo? Il passaggio dalle tenebre all’infinito è possibile soltanto guardando la realtà con gli strumenti della poesia.


















