

VITERBO – E all’ora che la sera cala sul colle di San Sisto, quando il corpo s’appresta al miracolo e la gola reclama il suo tributo, pure il dio Pan s’inchina alla Santa. Perché Viterbo non vive di solo sudore di Facchini o di pietra battuta dal passo cadenzato dei centosettanta. Vive, diamine, anche di bocca e di frolla.
Ha ragione da vendere Attilio Lupidi, sagace tribuno della Cna, a ricordarci che la devozione passa per lo stomaco prima ancora che per l’estasi. Il Trasporto di Dies Natalis è prodigio d’architettura e di muscoli, d’accordo, ma attorno al percorso si consuma un’altra liturgia, non meno sacra: la festa a tavola. Quella che ti porti a casa sulla lingua e nella tasca.
Prendete la Pasticceria Garibaldi, piantata proprio lì, sul limitare della prima salita dove la Macchina fende l’aria. Li vedo i maestri del mattarello: oltre al classico Pane di Santa Rosa — quel benedetto impasto dove la nocciola incontra l’uvetta e le gocce di cacao in un abbraccio di pura sostanza — ti sfornano i boccioli ripieni di visciole e una torta che è un inno alla golosità, coronata di frolla a forma di rosa. Roba da ressuscitare un catenaccio difensivo degli anni Sessanta.
E se vi spingete appena fuori dalla cerchia antica, in quel di Vico Squarano dove la Pasticceria Primavera tiene alta la bandiera dal 1950, lo spettacolo farsi sfarzo profano. Lì il Pane della tradizione va a braccetto con una scultura di zucchero e con il Torrone di Rosa — miele nostrano, nocciole e un profumo che ti rimette in sesto l’anima — fino al biscotto a forma di Facchino, scolpito con lo stemma del Sodalizio. Senza scordare i vecchi sacerdoti della credenza: tozzetti, pan papato e pan del vescovo.
“Affrettatevi, che vanno a ruba”, chiosa Lupidi. E la battuta non è d’occasione. Tra un Evviva Santa Rosa e un sorso di quello buono, la vera magia della Tuscia sta tutta qui: saper fondere l’ascesi del campanile con la terragna certezza d’un dolce fatto a regola d’arte. Chi ha orecchie per intendere, imbracci la forchetta.


















