

IL DOMENICALE – Il carcere può privare una persona della libertà, ma non trasformarla in uno scarto, e quando aumentano suicidi, autolesionismo e gesti estremi il sistema penitenziario sta mostrando una febbre che non può essere liquidata come una successione di tragedie individuali.
Forse ci siamo abituati troppo alla parola carcere e abbiamo smesso di percepire quanto sia radicale ciò che contiene, perché privare una persona della libertà significa impedirle di decidere quasi tutto ciò che per noi appartiene alla normalità, aprire una porta, uscire, passeggiare, vedere qualcuno quando se ne sente il bisogno, stare soli quando lo si desidera, cambiare ambiente, sottrarsi a una tensione, scegliere semplicemente dove trascorrere le ore della propria giornata, ed e già questa sottrazione della libertà a costituire una pena enorme.
Proprio per questo sarebbe necessario ricordare che la pena non ha bisogno di essere completata da una sofferenza ulteriore, il carcere non dovrebbe significare sopportare condizioni materiali degradate, caldo insostenibile durante l estate, freddo nei mesi invernali, spazi nei quali la convivenza forzata diventa ancora più difficile, mancanza di intimità e quella lenta sensazione di non essere più una persona ma soltanto una presenza da custodire.
Un giudice condanna alla reclusione, non all umiliazione. Può sembrare una distinzione ovvia, ma è proprio sulle cose apparentemente ovvie che spesso una società finisce per arretrare, soprattutto quando la persona detenuta ha commesso un reato grave, perché in quel momento la tentazione di considerare qualsiasi sofferenza come parte della pena diventa più forte, quasi che riconoscere condizioni dignitose significasse diminuire la responsabilità di chi ha sbagliato.
Non è così. Il carcere può essere severo senza essere degradante, può imporre regole rigide senza cancellare la persona, può limitare profondamente la libertà senza trasformare il detenuto in un essere umano di serie inferiore, e proprio questa capacità di mantenere il limite distingue la giustizia dalla vendetta.
La dignità, in fondo, serve soprattutto quando è difficile riconoscerla, perché rispettare la dignità di chi non ha mai violato una legge è relativamente semplice, mentre rispettare quella di chi ha fatto del male significa affermare che esiste qualcosa nell essere umano che neppure il reato può cancellare definitivamente. È in questo quadro che il tema dei suicidi assume un significato particolare.
Non perché ogni suicidio possa essere attribuito automaticamente alle condizioni del carcere, sarebbe una semplificazione irresponsabile, ogni gesto estremo nasce da una storia personale, da fragilità psicologiche, malattie, paure, rotture affettive, dipendenze, solitudini o vicende giudiziarie che possono pesare in maniera diversa su ciascun individuo, ma quando i suicidi e i tentativi di suicidio continuano a ripetersi dentro gli istituti penitenziari bisogna smettere di considerarli soltanto episodi privati.
Il suicidio diventa allora un termometro. Non ci dice quale sia esattamente la malattia, ma ci avverte che la temperatura è troppo alta, che dentro il sistema esiste una sofferenza che in alcuni casi raggiunge il punto oltre il quale una persona non riesce più a immaginare un futuro.
Ed è proprio questo il dato più inquietante, perché il carcere dovrebbe contenere il tempo della pena, non cancellare il tempo successivo. Quando un detenuto arriva a pensare che la morte sia l unica possibilità di uscita, significa che almeno per lui il futuro ha smesso di esistere, e uno Stato che esercita un controllo quasi totale sulla vita quotidiana di una persona non può limitarsi a registrare quel gesto come se fosse avvenuto in un luogo qualunque.
La custodia comporta una responsabilità particolare proprio perché chi è detenuto non può modificare liberamente le condizioni nelle quali vive, non può allontanarsi da un ambiente che gli provoca angoscia, non può decidere di raggiungere una persona cara, non può cambiare casa, non può interrompere una convivenza difficile, e spesso deve chiedere perfino per compiere azioni che all esterno appartengono alla più banale autonomia personale. Per questo ogni suicidio dovrebbe costringere l istituzione a interrogarsi, senza cercare colpevoli automatici ma neppure rifugiandosi nella fatalità, chiedendosi se i segnali siano stati riconosciuti, se la fragilità sia stata compresa, se una richiesta di aiuto sia rimasta nascosta, se la solitudine sia diventata insopportabile.
Associazioni come Nessuno Tocchi Caino insistono da anni proprio su questo punto, richiamando l attenzione sui suicidi non soltanto come statistiche ma come indicatore dello stato di salute complessivo del sistema penitenziario, perché dietro ogni numero esiste una persona e dietro ogni persona esiste una domanda che non dovrebbe essere archiviata insieme alla cronaca del giorno. La dignità non significa rendere il carcere piacevole, significa impedire che diventi disumano, significa ricordare che la persona continua a possedere un valore anche mentre sconta la propria pena e che lo Stato, proprio nel momento in cui esercita il massimo potere su di lei, deve mostrare il massimo controllo su sé stesso. La libertà può essere tolta secondo la legge, la dignità no. Quando aumentano i suicidi, gli atti di autolesionismo e i gesti estremi, il termometro ci sta dicendo che il problema non riguarda più soltanto chi non è riuscito a resistere, riguarda anche il luogo nel quale quella disperazione è maturata. Una democrazia non si misura soltanto da quante persone riesce a punire, ma anche da quante riesce a custodire senza spezzarle.


















