

VITERBO – C’è un filo rosso, sottile ma tenace, che lega le piazze festose del referendum di qualche anno fa al silenzio odierno delle stanze dove si decide il futuro dell’acqua nel Viterbese. È il filo della coerenza. Quel bene prezioso che oggi Bengasi Battisti, a nome del Coordinamento nazionale enti locali per l’acqua pubblica, torna a reclamare con forza dalle pagine di una lettera aperta indirizzata ai primi cittadini della nostra provincia.
Non è un esercizio di stile, né un malinconico richiamo al passato. È, al contrario, una sveglia puntata nel cuore della politica locale. Perché, diciamocelo chiaramente, far finta che quel voto non ci sia mai stato – o trattarlo come una sorta di nostalgico cimelio referendario – è un esercizio di trasformismo che la Tuscia non si può più permettere.
“Non può continuare a rimanere lettera morta”. È questo il monito di Battisti. Il messaggio ai sindaci è cristallino: non si può andare avanti ad approvare bilanci senza mai mettere in discussione il modello attuale, senza guardare a quelle alternative che la legge rende praticabili.
Il nodo, come sempre, è Talete. E il tema non è solo ideologico, sebbene l’ideologia – quella nobile, che mette al centro il diritto all’acqua – abbia il suo peso. Il tema è, drammaticamente, economico. La gestione attuale è un macigno che grava sulle spalle delle famiglie viterbesi, appesantito dai costi insostenibili della dearsenificazione. Un fardello che, secondo Battisti, non può essere scaricato integralmente sulle tariffe dei cittadini.
La proposta è la conversione verso un soggetto di diritto pubblico. La logica è ferrea: solo un ente pubblico ha le spalle abbastanza larghe per intercettare i flussi della fiscalità generale e i finanziamenti agevolati. In altre parole, la ripubblicizzazione non è un salto nel buio, ma l’unica via d’uscita razionale per abbattere i costi e garantire investimenti seri su una rete che cade a pezzi.
Ai sindaci, che siedono nell’Assemblea dell’ATO, viene chiesto un sussulto. Non serve eroismo, serve pragmatismo amministrativo. Serve il coraggio di dire che il modello del profitto ha mostrato la corda. La Tuscia ha bisogno di acqua pubblica non per moda, ma per pura e semplice convenienza sociale.
La palla è ora nel campo dei primi cittadini. La domanda che resta sospesa, in questo afoso luglio viterbese, è semplice: la politica ha ancora la forza di ascoltare quella volontà popolare che, ai tempi del referendum, aveva celebrato l’acqua come bene comune? Oppure continueremo a navigare a vista, tra bilanci che non tornano e cittadini sempre più stanchi di pagare per una gestione che sembra ignorare il futuro?
La lettera in versione integrale
Lettera Aperta ai Sindaci della Tuscia
Acqua pubblica nel Viterbese: una scelta di coerenza e di convenienza economica
Ai Sindaci della Tuscia, membri dell’Assemblea dell’ATO
Ai tanti sindaci della Tuscia con i quali ho condiviso l’entusiasmante e partecipata stagione del referendum a favore dell’acqua pubblica, e che ora siedono negli organi decisionali di governo della risorsa idrica, rivolgo un appello accorato.
Quel voto referendario, espressione limpida e democratica della volontà popolare, non può continuare a rimanere lettera morta.
È tempo che quella scelta trovi finalmente un riscontro concreto nelle decisioni politiche del nostro territorio.
Chiedo a ciascuno di voi un sussulto di coerenza e di coraggio: fate sì che anche l’acqua del viterbese venga sottratta alle logiche del mercato e del profitto.
Introdurre questo argomento nell’Assemblea dell’ATO è un vostro esclusivo compito e una vostra precisa prerogativa in quanto Sindaci.
Continuare ad andare a votare bilanci senza proporre o tenere conto di altre strade possibili – quelle stesse alternative che il referendum ha reso legalmente e politicamente percorribili – significa, nei fatti, non onorare il mandato dei cittadini e tradire il nostro chiaro impegno a favore dell’acqua pubblica e fuori dal profitto.
Dire “No a Talete” e superare questo modello di gestione non è solo un atto di coerenza ideologica, ma rappresenta una precisa e urgente convenienza economica per tutte le nostre comunità.
Affidare la gestione del servizio idrico a un soggetto di diritto pubblico significa cambiare radicalmente prospettiva.
Solo un soggetto di diritto pubblico, infatti, può accedere direttamente ai sostegni della fiscalità generale e ai finanziamenti pubblici agevolati. Questo permetterebbe di abbattere drasticamente gli elevatissimi costi di gestione che oggi pesano interamente sulle spalle dei cittadini, andando a gonfiare le ormai insopportabili bollette di Talete.
Questo aspetto è ancora più decisivo e urgente nella nostra provincia, dove i costi per la dearsenificazione delle acque sono estremamente rilevanti.
Un problema strutturale e sanitario di questa portata non può essere scaricato interamente sulle tariffe dei consumatori: richiede risorse straordinarie che solo la fiscalità generale di un soggetto di diritto pubblico può mobilitare e gestire nell’interesse collettivo.
La ripubblicizzazione è l’unica strada per garantire tariffe eque, investimenti efficienti sulle reti, la sicurezza della nostra salute e la tutela di un bene comune che appartiene a tutti.
Bengasi Battisti
Coordinamento nazionale enti locali per l’acqua pubblica

















