
Qual è quel servizio aperto 24h, con colori fluo, illuminato da luci al neon, che sembra un po’ un’astronave catapultata da chissà quale lontano pianeta per offrirci la possibilità di comprare qualsiasi cosa a qualsiasi ora?
I distributori automatici, certo!
“This is… New York” artwork by Miroslav Sasek (1960)Sì, perché se una volta queste macchine erano solo tristi aggeggi che ci permettevano di evitare drammatiche condizioni di ipoglicemia mentre studiavamo in biblioteca ed erano spesso posizionate in piccoli anfratti bui delle scuole e delle università, ora pare che abbiano acquisito un certo tipo di dignità. Una dignità che li assurge addirittura a nuovi spazi commerciali avveniristici che troviamo per le strade delle nostre città.
A Roma se ne vedono parecchi già da un bel po’ di tempo: Fontana di Trevi, piazza Santi Apostoli, corso Rinascimento, Campo de Fiori e San Lorenzo. Ma anche Viterbo non si è lasciata scappare questa nuova tendenza del commercio: in città ce ne sono diversi ormai da anni, distribuiti in spazi prima occupati da negozi veri e propri, ormai chiusi.
Il diffondersi delle vending machines, il loro occupare spazi prima destinati ad attività commerciali che prevedevano uno scambio tra venditore e compratore, la facilità con la quale si installano in città senza remore rispetto all’inserimento nel contesto esistente rendono queste macchine un vero e proprio nuovo fenomeno urbano.
Esistono tante tipologie di vending machines: quelle più classiche, che vendono bibite gassate, dolci, gomme, merendine e tramezzini impacchettati che nessuno sa chi abbia mai avuto il coraggio di aprire e masticare, e quelle più avveniristiche che abbracciano la filosofia dell’healty food. Esistono, infatti, macchine che vendono pomodori freschi (come quelle nel quartiere Chiyoda di Tokio), che offrono insalata coltivata nella machina stessa, che distribuiscono latte e uova prodotte da un’azienda agricola.
Kunstautomat, distributore di opere d’arte a 2 euro a Berlino, foto di Daniel BeckerCe ne sono altre che funzionano tramite il sistema del baratto, che distribuiscono bibite in cambio di pedalate su una bicicletta o che vendono opere d’arte.
In ogni caso i distributori automatici sono il sintomo di qualcosa di più grande, rappresentano una sostituzione bella e buona del regolare modo di commerciare, come se di automatismi non ne avessimo già abbastanza. E quindi appare normale che a Clifford, piccolo paese dell’Inghilterra che da 13 anni soffriva l’assenza di un negozio di prodotti alimentari, tutti i residenti abbiano fatto festa grande per aver installato una vending machine utile per la spesa quotidiana.
Non so voi, ma devo ammettere che io mi sentirei un po’ a disagio a comprare il pane e il sugo per la pasta alle 23, inserendo monetine in una macchinetta grande come una stanza. Finirei per ringraziare lo schermo a led. E mi sentirei parecchio fuori luogo.


















