
“Il Comune di Viterbo promuove il servizio di Car Pooling, la possibilità cioè per i viaggiatori che usano l’auto, pendolari – per lavoro, scuola o altro – o per viaggi estemporanei, di condividere il proprio mezzo con altre persone che fanno lo stesso percorso”.
Si legge così su una pagina del sito istituzionale del Comune di Viterbo. Qualche riga descrittiva e una manciata di link che danno la sensazione di un “vorrei, ma non posso”.
Eppure ormai il servizio di car pooling e di car sharing sta avendo un successo strepitoso in tutta Europa e negli Stati Uniti, gestito da start up imprenditoriali e spesso finanziato e supportato dalle pubbliche amministrazioni delle grandi città.
Il car pooling è un servizio di condivisione dell’automobile, attraverso il quale il proprietario dell’auto offre un passaggio a chi deve percorrere il suo stesso tratto di strada. Ci si mette in contatto attraverso delle piattaforme online, si decide il punto di incontro e si parte insieme. Viene promossa, quindi, una nuova modalità di spostamento basata sulla condivisione dell’auto da parte di più persone che percorrono lo stesso itinerario, per risparmiare tempo e costi di viaggio, diminuire la congestione stradale e contribuire così alla riduzione di CO2.
I maggiori portali italiani che offrono questo servizio sono: carpooling.it, nato in Germania nel 2000, è diffuso ora in 40 Paesi e 7 lingue e conta circa 5 milioni di utenti per spostamenti di breve e lunga distanza, l’equivalente di 3.000 treni pieni ad alta velocità; roadsharing.com; blablacar.it; bring-me.it e altri.
Il car sharing, a differenza del car pooling, non si basa sulla condivisione di un’automobile privata, perché è un servizio che permette di utilizzare una macchina su prenotazione, di prelevarla da un parcheggio stabilito, guidarla e riconsegnarla, pagando in ragione dell’utilizzo fatto. Quindi la stessa vettura è messa a disposizione di più utenti iscritti al servizio e usata singolarmente da più persone, in momenti differenti nell’arco della giornata. Alcuni studi hanno calcolato che nel 2009 attraverso il car sharing sono state risparmiate oltre 482 tonnellate di emissioni di diossido di carbonio, pari alla metà del peso del Golden Gate di San Francisco.
La storia della condivisione delle auto non è affatto recente: una ricerca del MIT di Boston fa notare che già alla fine del 1914 (durante un momento di crisi economica) a San Francisco gli automobilisti più intraprendenti cominciarono a offrire posti auto al prezzo di un biglietto del tram e che fino alla seconda guerra mondiale rimase un fenomeno marginale, quando il bisogno di riservare risorse allo sforzo bellico unì istituzioni e compagnie petrolifere in una campagna promozionale da 8 milioni di dollari (100 milioni in dollari di oggi) per convincere gli automobilisti a raccogliere passeggeri durante i loro percorsi. È nell’ambito di questa campagna che venne pubblicato il famoso manifesto ‘When you ride alone you ride with Hitler’.
Ottime iniziative che la pubblica amministrazione dovrebbe promuovere e sostenere; i vantaggi sono tanti: meno traffico, meno inquinamento, meno spese. Notizia di qualche giorno fa: pare che il Comune di Milano abbia reagito duramente all’uscita di UberPop, servizio di car sharing peer-to-peer dell’americana Uber. La pubblica amministrazione milanese ha pubblicato un comunicato stampa nel quale chiede addirittura l’intervento del Ministro Lupi per far fronte al problema dell’uscita di questo servizio, che viola il Codice della strada e che rischia di trasformarsi in una piattaforma per far lucrare tassisti abusivi dell’ultima ora.
Niente a che vedere con il vero car pooling, che va favorito e promosso, non solo attraverso poche frasi su un sito.


















