

Esistono due modi per uscire a piedi dalla città e lasciarsela alle spalle. Il primo è come venire fuori da una bolla di sapone, che piano piano si allunga, si deforma, pare non volerti lasciare e poi invece esplode in una nuvola di gocce e ti accompagna ancora per un bel pezzo, con il suo odore di cemento e polveri sottili. Il secondo è trovare una via di fuga, una porta girevole tra l’urbe e il contado, di solito un parco, una strada secondaria, una pista ciclabile sull’orlo della metropoli.
Poi forse ne esiste un terzo, di modo, ed è quello che ho imparato la scorsa settimana. Consiste nel cercare di uscire fuori da quel moto rotatorio vorticoso e turbolento che è la nostra quotidianità, ascoltare chi ha parecchio da raccontare e cercare di limare un po’ le squame urbane che ci portiamo attaccate addosso. Io ho potuto farlo, ho partecipato al workshop itinerante organizzato dall’Arci Viterbo “Reimmaginare la via Francigena”. Un pomeriggio dedicato alle parole e due giornate dedicate al camminare, che in me non hanno avuto nulla a che fare con la liberazione catartica da ansie e paranoie che ci si potrebbe aspettare quando si affronta il tema del cammino come pratica esperienziale. Al contrario, non parlerei affatto di liberazione, ma piuttosto di riempimento. Perché sono state dette tante cose e gli stimoli delle parole hanno guidato i passi.
Storie, paesaggi e attraversamenti erano le parole chiave che hanno guidato il gruppo di neo viandanti nei due giorni con lo zaino in spalla e con le scarpe da trekking (che nessuno sa perché, ma sono sempre troppo dure). Abbiamo camminato utilizzando il mezzo di trasporto più semplice, che spesso lasciamo parcheggiato sotto la scrivania e che, a differenza del treno e dell’automobile, consente di attraversare i territori in maniera molto più libera e indipendente.
Se in treno, come scrive Michel de Certeau, il paesaggio viene bucato dal vagone e scorre in due strisce laterali separate a mo’ di prosciutto nel panino, e in macchina, come dice Paul Virilio, assistiamo allo scorrere di immagini sul parabrezza (dromoscopie) manco fossimo al cinema all’aperto, camminare a piedi permette di fermarsi, voltarsi, evitare facilmente gli ostacoli, girare intorno alle cose, uscire di strada.
E noi abbiamo fatto così. Guidati da Wu Ming 2 abbiamo attraversato boschi, noccioleti, castagneti, abbiamo camminato nell’erba alta fino al ginocchio vicino a un torrente invisibile dalla strada asfaltata, abbiamo collegato paesi con strade quasi mai battute, abbiamo guardato i momenti di confine, il terzo paesaggio, gli spazi indecisi e le trame del paesaggio.
Che è un termine polisemico su cui è stato scritto e detto tanto. Ma in quel contesto non contava, c’erano solo i passi e la bellezza del cammino.
Quando cammini, tu sollevi una gamba e sposti il baricentro in avanti, fuori dalla base d’appoggio. Fai tutto quello che serve per cadere, e cadresti, se non fosse che all’improvviso ti puntelli, appoggi il piede e subito ti sbilanci di nuovo. È l’unico modo di spostarsi adottato dall’uomo che si basi su una perdita d’equilibrio: spingere il centro di gravità oltre il limite di sicurezza. Senza questo, un vero pellegrinaggio non comincia neppure.
(in corsivo: brani tratti da Wu Ming 2, 2010. Il sentiero degli dei. Ediciclo)
Ah, per la cronaca: abbiamo camminato circa 30 km, il primo giorno da San Martino al Cimino, fino a Ronciglione passando per il lago di Vico, la chiesa di santa Lucia e la strada delle cartiere lungo il rio Vicano, il secondo giorno da fuori Ronciglione fino a Caprarola.

















