
Non volevo. Davvero, non volevo. Avevo in mente di scrivere un articolo sugli spazi abbandonati, sul riuso temporaneo, sulla potenzialità degli spazi inutilizzati. Ma poi ho sentito la necessità urgentissima di esprimere un mio parere, probabilmente superfluo, su una cosa che mi ha colpito passeggiando nelle serate matte di Caffeina.
Tutto è nato da una strana coincidenza di fattori. Venerdì pomeriggio, mentre camminavo sul Corso, diretta all’inaugurazione del Comics Lab alla Sala Gatti, qualcosa ha colpito la mia attenzione. Intravedevo qualcosa in piazza del Comune, qualcosa che i giorni precedenti non avevo visto. Spinta da una curiosità malata e da una serendipity che non riesco a togliermi di torno, sono andata verso lo Slow Food Village e ho capito.
C’era una quantità innumerevole di pallet. Pallet come divani. Pallet come sedie. Pallet come tavolini. Pallet come sgabelli. Pallet come portavasi. Pallet come poggia-cose. Pallet come pareti divisorie. Pallet come giochi per bambini.
Insomma, un’invasione di pallet in ogni dove. E va anche bene, insomma, non ho niente contro il pallet, né contro il legno, né contro il color avana. Ma il caso ha voluto che proprio qualche giorno prima un professore di urbanistica, noto per i suoi studi sulla città creativa, mi facesse notare quanto l’utilizzo di questo materiale stia spopolando in usi ‘alternativi’.
L’introduzione dei bancali come piattaforme per l’appoggio e il trasporto risale alla Seconda Guerra Mondiale, quando l’esercito americano capì che le merci dirette verso le nazioni europee coinvolte nel conflitto potevano essere caricate e scaricate molto più facilmente con questo strumento. E dal campo militare a quello civile\industriale il passaggio è stato rapido. Oggi il pallet è diffusissimo: in Italia ogni anno hanno luogo più di due cicli di utilizzo di pallet per ogni abitante e, così, complessivamente, si contano circa 120 milioni di movimenti l’anno. “Se si considera che a ogni movimentazione corrisponda la cessione di un pallet usato, venduto a circa 5,50 euro ci si rende conto che il settore di mercato, apparentemente insignificante, della riparazione e della vendita dei pallet usati in legno produce ricchezza per circa 660 milioni di euro” .
Peccato che dietro questo fervore economico ci sia un grande mercato illegale parallelo. Secondo una relazione tecnica alla Camera dei Deputati, i bancali vengono acquistati in nero “da camionisti delle società di autotrasporto, che solitamente li sottraggono furtivamente da magazzini o da centri di raccolta e distribuzione, con la connivenza di magazzinieri o di altri addetti a tali strutture. Una volta entrati in possesso dei pallet, questi sono poi riparati e rivenduti alle grandi imprese produttrici di merci dietro emissione di regolare fattura.” Le imprese che utilizzano pallet per il trasporto di merci proprie si trovano quindi il più delle volte a ricomprare proprio gli stessi imballaggi rubati. “Una volta incassata l’imposta sul valore aggiunto (IVA) gli operatori non provvedono a riversarla all’erario, lucrando così sui relativi importi”.
E chi l’avrebbe mai detto?
In tutto questo non dimentichiamoci che questo materiale ha un appeal niente male: evoca un’idea di riuso e riciclo, suggerisce un approccio ecosostenibile, dà l’idea di qualcosa di pulito e rispettoso dell’ambiente.
Quanto incide questo suo fascino nella sua diffusione spropositata e sproporzionata?
Secondo me un bel po’.


















