
Da quando ho iniziato a fare il pane in casa ho notato che la mia capacità di percepire le proprietà organolettiche del classico filoncino sciapo ha subito nel corso degli anni un irrefrenabile declino. Fragranza, consistenza, freschezza, sapore: non pervenuti. Sono stata assalita dall’ormai consueto senso di colpa per i miei atteggiamenti, così poco attenti alla qualità del cibo che compro e mangio, così chiaramente impattanti sul ciclo economico-agroalimentare, e sono entrata nel vortice dei pensieri compulsivi sulla necessità di modificare il mio comportamento.
Mercoledì scorso, mentre camminavo portando sulle spalle uno zaino pieno di consapevolezza responsabile e di correttezza etica, sono capitata di fronte al Circolo LA, in via San Pietro. C’era il mercato di prodotti a km 0, verdure, marmellate, pane, formaggio, fiori e conserve. Una delizia.
Le simpatiche gemme gustative delle mie papille hanno iniziato a fare festa e sono stata presa da un’irrefrenabile voglia di capire che cosa diavolo fosse questo famoso umami, che ho scoperto esistere grazie a un articoletto su Il Post che parlava del cibo in aereo. Pare che l’umami in questione sia uno dei gusti fondamentali percepiti dalle cellule recettrici specializzate presenti nel cavo orale umano, scoperto da uno scienziato giapponese nel 1908, particolarmente presente in cibi come il formaggio, la carne e altri cibi ricchi di proteine. Quindi, mossa dalla voglia di riscoprire il piacere di mangiare cose sane e dalla curiosità di testare questo sesto gusto, mi sono catapultata sugli assaggini di formaggio.
E mentre masticavo contenta, ho ragionato sul peso che iniziative come quella del LA hanno sulla relazioni urbane e sul paesaggio.
“La grande proprietà, il caporalato, i pesticidi, la camorra dei mercati generali, la multinazionale che te li vende sotto una luce giallo-verde a simulare una naturalità inverosimile. C’è un sacco di merda nel cuore dei pomodori e dell’insalata che ci fanno comprare al supermercato. Così vale per il vino, per il formaggio, per tutto.” Così scrivono gli organizzatori sulla pagina FB dell’evento. E hanno ragione, soprattutto in virtù del fatto che i pomeriggi come quelli del mercato del LA e le buone pratiche che si acquisiscono (un po’ per osmosi) nella visita ai produttori locali possono diventare una prassi nella quotidianità urbana, volta a migliorare non solo il nostro misero stile di vita, ma anche la complessa e ampia trama economico-commerciale che va dal produttore al consumatore.
I cosiddetti consumi critici, sostenibili e responsabili sono direttamente correlati ad un agire sociale dotato di senso e rappresentano una pratica in grado di modificare, in maniera direttamente proporzionale, il paesaggio (urbano e agricolo) nel quale viviamo. Se infatti all’interno dell’agire eco-friendly confluiscono nuovi valori simbolici legati all’emergere di nuove abitudini di spesa, è conseguenza diretta notare la trasformazione dell’uso che si fa del paesaggio. La filiera corta accorcia le distanze fisiche, economiche e sociali; allontana l’idea della spesa come atto funzionale e del tutto alienante rispetto all’origine del prodotto acquistato; favorisce un trattamento del paesaggio più aderente alle caratteristiche spaziali, climatiche e morfologiche locali.
Fare la spesa in questo modo diventa quasi un’azione politica, che si esprime anche attraverso un processo di rielaborazione e di risignificazione del paesaggio, non più straccio bagnato da strizzare per la produzione intensiva e acritica, ma potenzialità da rispettare e curare.

















