

EDITORIALE – Ho fatto un sogno, un pasticcio onirico che avrebbe fatto impazzire il povero Fellini e forse perfino Lewis Carroll, se si fosse perso tra le nebbie della Tuscia invece che nel bosco del Bianconiglio. Volavo, o forse galleggiavo, sopra questa città che sembrava un fondale di cartapesta, un set dimenticato dove gli attori hanno scordato la parte ma continuano a recitare per inerzia.
Dall’alto, il panorama era un teatro dell’assurdo. Ho visto un Leonida in sedicesimo, un tipo che declamava col petto in fuori, circondato da trecento fedelissimi – o forse erano solo tre, ma l’eco li moltiplicava – che gridavano alle Termopili viterbesi. Dall’altra parte, il Serse di turno, un signorotto sceso giù dalla Teverina con l’aria di chi ha già comprato il terreno per la battaglia, o forse era lei, l’incubo di sempre. Quella donna che nel 2018 aveva terrorizzato il nostro Leonida, trascinandolo in un ballottaggio da cardiopalma, soffiandogli via la gloria per un soffio e poi, come in una metamorfosi kafkiana, prendendosi lo scranno di Sindaco. Ora si muovono tutti in una danza macabra, un valzer di poltrone dove non si capisce più chi insegue chi e chi, in fondo, si è già arreso all’altro.
Poi il volo mi ha portato più in alto, verso l’azzurro del Cimino. Lì, in un borgo che profuma di canapa e di passato, mi è parso di vedere un’ombra familiare. Un uomo col baffo, un Mujica etrusco, saggio e disilluso, che ora addirittura accarezza l’idea di cingersi di una Corazza per guidare questo villaggio di ombre. Guarda il mondo con la pietà di chi ha visto troppo e sussurra che usare la ragione, oggi, è un atto di rivoluzione. In un’epoca in cui la gloria si misura in centimetri di pelle esibita per un pugno di follower, pensare è diventata l’unica vera, disperata resistenza.
Ma la cosa più strana, nel mio sogno, erano i padroni. Ho visto uomini di potere, o almeno così dicevano le targhe sulla porta, che erano muti. Muti come pesci in un acquario sporco. Comandavano, o credevano di farlo, ma la loro voce era un suono che nessuno aveva mai udito. E se non parli, se non lasci traccia nel vento, come puoi pretendere di esistere? È il mistero di Viterbo, la città dove chi urla non dice nulla e chi ha qualcosa da dire si è rintanato in un silenzio tombale.
Giù, nel fondo della valle, l’Urcionio strisciava come un serpente malato, fangoso, nauseabondo. Un tempo era sacro, oggi è solo il condotto di scolo di un villaggio che si spopola, mentre il futuro corre via. Ho visto i vasi elettorali, i sacri recipienti dove il destino dovrebbe compiersi, ma erano desolatamente vuoti. Una desolazione di ceramica, dove la partecipazione è diventata un’assenza, una forma di sciopero dell’anima.
Ho provato a contare quanti pretendono di guidare questo carro funebre che chiamiamo futuro. Li ho fermati, ho chiesto: “Ma voi, che lavoro fate?”. Mi hanno guardato con occhi vitrei, un sorriso di plastica, e una promessa che galleggiava nel vuoto: “Le faremo sapere”.
Mi sono svegliato con l’amaro in bocca. È un sogno, certo. O forse è solo la cronaca di un martedì qualunque, in questo strano, bellissimo, disperato Paese delle Meraviglie dove i vasi sono vuoti e il futuro ha smesso di bussare alla porta. Dove il gioco di tutti è occupare la sedia e nessuno sente più la musica.



















