Realisti? Si può dare di più
Foto Francesco Mattioli
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Così apprezzo l’intervento costruttivo di Valentina Beraldo, generazione Z, che prova a individuare nuove soluzioni sia per il traffico che per il centro storico di Viterbo.

IL PUNTO DI VISTA – Sotto la lente di ingrandimento degli studi sociali – sociologici, antropologici, psicologici – si trova in questi anni la Generazione Z. Una generazione, a cavallo del millennio e difficile da leggere, perché i più “anziani”  – quasi trentenni – conservano parte degli atteggiamenti della precedente generazione, quindi non sono dei veri e propri “nativi digitali” (come li si suole anche definire) e i più giovani sono quasi da riconnettere ai membri della Generazione Zeta, quelli nati dopo il 2010, questi sì totalmente immersi nelle nuove tecnologie.

Di certo, tuttavia, la Generazione Z è quella che risulta protagonista delle dinamiche giovanili più rilevanti di questi anni. Sono maggiorenni, sono in grado di padroneggiare al meglio internet e i social, sono del tutto cosmopoliti, “global”, e spesso discernono con maggiore acutezza i caratteri salienti di questo passaggio al secondo quarto del secolo. Tuttavia spesso i ventenni d’oggi, appena usciti dai licei o dall’università, trovano un mondo che non li sa accogliere, soprattutto quello sclerotizzato di provincia, e allora guardano oltre l’orizzonte sperando di trovare laggiù la propria destinazione.

Quaranta o cinquant’anni fa la grande città – mettiamo Roma, o Milano – veniva definita la “svegliabambocci”, perché essa offriva opportunità, occasioni, ma anche provocazioni e sfide, che il clima conservativo e protettivo della provincia non poteva garantire. Con internet, con la globalizzazione, questi confini si sono allargati; e oggi conducono i giovani a saggiare il terreno di altri mondi, nella convinzione di trovarvi un loro spazio congeniale.

Perché, del resto, loro sono veramente, culturalmente e tecnologicamente, cittadini del mondo. Così oggi capita che rispetto a duecento anni fa il Gran Tour si faccia alla rovescia, non più dal Nord Europa al Mediterraneo classico, ma da qui al Regno Unito, alla Germania, ai paesi nordici, oppure che si attraversi l’oceano e non necessariamente fermandosi al Nordamerica.

Perché queste “mode” sorgono da una prospettiva diversa, giocata su un teatro globale quale è quello governato dai nuovi media; il lavoro spesso non si cerca più ai confini della propria città, della propria regione o della propria nazione: si cerca “nel mondo”.

E tuttavia non stiamo parlando di un mondo necessariamente diverso sul piano geografico; ma anche di un mondo diverso sul piano dei contenuti. Nuovi lavori, nuovi impieghi, nuovi saperi. Puoi lavorare in un mondo totalmente diverso che si trova a cento metri dalla casa in cui sei nato.

Ma c’è il rovescio della medaglia. Perché la società con cui i giovani Z si confrontano è quella dettata dalle generazioni precedenti, con tutte le loro contraddizioni, con tutti i loro limiti, i loro slanci, ma anche con tutte le loro regole, talvolta opportunistiche, talaltre obsolete, perfino dettate da abitudini consolidate. In tal caso, certe fughe all’estero finiscono per avere più il significato di un rituale d’iniziazione all’autonomia che rappresentare l’esito di una ricerca fortunata.

Veniamo a Viterbo, ai giovani viterbesi. Quando la mia generazione boomer si innamorò del Sessantotto, cercare di innovare a Viterbo si rivelò una impresa illusoria. C’erano già i rivoluzionari, quelli usciti vittoriosi dalla Resistenza che possedevano la Verità e non la condividevano certo con noi che ballavamo con Elvis e cantavamo con i Beatles o con un lontano sognatore come Dylan; dietro di loro operavano i vecchi potentati che con raffinata prudenza avevano saputo sopravvivere al cambiamento, di certo ancor meno propensi a seguire i nostri sogni.

Nel 1970 parlare di Viterbo città di turismo e cultura a chi vedeva solo nell’industria la possibilità di “svoltare”; di difesa ambientale a chi vedeva il bosco solo come una cava di legna o un tirassegno per merli e leprotti; di centro storico chiuso al traffico al commerciante di via Saffi che si augurava che gli parcheggiassero pure dentro al negozio purché comprassero da lui; di inclusione sociale a chi sobbalzava di fronte alle più elementari diversità, era un problema serio, di quelli che ti fanno rinunciare ad insistere.

Così apprezzo l’intervento costruttivo di Valentina Beraldo (leggi qui), generazione Z, che prova a individuare nuove soluzioni sia per il traffico che per il centro storico di Viterbo. Oggi ha di fronte un pubblico viterbese, anche delle generazioni precedenti, molto più aperto, dove si trovano innovatori e progettisti che godono di una attenta considerazione da parte della gente. Le sue proposte – molte delle quali condivido, come si può desumere da un mio intervento di qualche giorno fa su La Fune, a proposito di parcheggi e corse di TPL –
sembrano poter andare in una direzione non estranea ai più attenti policy makers nostrani.

E tuttavia occorre considerare almeno due fattori, di peso non indifferente. Innanzitutto, certi interventi possono avere successo soltanto se cambia la “cultura del trasporto”, e questa – soprattutto in un ambiente di provincia, e in un città tutto sommato di piccole dimensioni – non si trasforma tanto facilmente, perché si lega ad abitudini e a comodità consolidate, ma anche a stereotipi largamente interiorizzati, perfino fra le giovani generazioni (ricordiamoci che gli studenti “sfigati” che prendono il bus sono talvolta derisi, quindi bullizzati, da coloro che si possono permettere un motorino o una minicar…).

Inoltre, occorre considerare che l’amministratore politico ha bisogno di avere largo consenso, per cui le sue decisioni non possono essere rivoluzionarie più di tanto, se vanno a ledere taluni diritti acquisiti dei cittadini/elettori che li ritengono irrinunciabili. A esempio, un modo per costringere i viterbesi a servirsi delle “circolari” potrebbe essere quello di impedir loro di usare l’automobile in centro; due i possibili risultati: una rivolta di massa dentro le urne elettorali, e la morte definitiva delle attività culturali e commerciali entro il perimetro murario.

Nel sessantotto si scandiva “Siamo realisti, vogliamo l’‘impossibile”, perché occorreva spostare macigni. Oggi mi accontenterei di cantare “Si può dare di più”, se si riuscisse ad accogliere nel coro gli amministratori più lungimiranti convincendoli a trasformare qualche sogno in realtà.

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Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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