

STORIE – Uè, ragass, mettetevi comodi e stappate un bianco delle vigne del Cimino, che qui bisogna parlar di cose alte, quasi metafisiche, pur restando con le scarpe bene affondate nel tufo. Parliamo di tale Roberto Sebastián Matta, un cileno che aveva negli occhi il fuoco delle Ande ma che, a un certo punto della sua raminga esistenza, decise che il buen retiro non poteva essere che la Tuscia. Erano gli anni Cinquanta.
Matta, per chi non mastica di pennelli e spatole, era un centrattacco del surrealismo: uno di quelli che non ti danno punti di riferimento, che dribblano la realtà per infilarsi in corridoi psichici dove il tempo fa le capriole. Ebbene, questo fidalgo della tela, dopo aver girato il mondo come un mediano di spinta, trovò la sua “area di rigore” a Tarquinia, tra le mura grigie e severe de La Bandita.
Il “Guerriero” nel convento
Si stabilì in un ex convento, il Matta. Un luogo che profumava di franchincenso e di terra bagnata. Lì, tra i fumi della pipa e una tazza di mate, si mise a dialogare con gli Etruschi. Perché vedete, Matta non era un turista della domenica: lui con quegli antichi buontemponi che brindavano nelle tombe ci andava a braccetto.
Diceva che la Tuscia era una terra “erotica”, ma non nel senso pruriginoso della parola, no: nel senso della forza vitale, del seme che spacca la roccia. Guardava il paesaggio viterbese e ci vedeva le sue morfologie psicologiche: forre che sono ferite dell’anima e altipiani che sono sogni a occhi aperti.
La cavalcata dei Rasenna
A Tarquinia, nel Palazzo Comunale, ci ha lasciato una tela che è un vero contropiede alla noia: la “Cavalcata degli Etruschi”. Lì dentro c’è tutto il suo gioco: colori che sprizzano come sudore di un terzino in recupero, forme che si rincorrono, un dinamismo che pare di sentire il galoppo dei cavalli sulla sabbia della costa tirrenica.
Non dipingeva la storia come un polveroso professore di liceo; lui dipingeva l’energia. Quei suoi personaggi filiformi, un po’ macchine e un po’ insetti, sembravano uscire direttamente dalle pitture della Tomba dei Tori o dei Leopardi per venire a chiedergli: “Uè, Roberto, che si beve stasera?”
Un sorso di tufo e cosmopolitismo
Il segreto di Matta nella Tuscia era questo: unire il mondo intero a un pugno di terra rossa. Lui, che era stato a Parigi con Breton e a New York con Duchamp, si sentiva a casa tra i contadini di Tarquinia e gli scalpellini del peperino. Era un cileno-etrusco, un architetto del vuoto che aveva capito che sotto il muschio delle nostre colline batte il cuore dell’universo.
Ci ha lasciati nel 2002, e dove volete che riposi? Sotto la sua Bandita, nella cripta, a guardia dei suoi segreti e dei suoi colori. Un artista di classe cristallina, capace di giocare di fino su un campo difficile come quello dell’esistenza. Ha capito la Tuscia meglio di tanti indigeni col paraocchi. Un brindisi a lui, con un Est! Est!! Est!!! bello fresco, che la polvere della storia mette sete, perdiana!

















