Il problema non è il bambino straniero, è il bambino povero
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800 Monastero
Il problema della scuola italiana non è avere troppi bambini stranieri. È continuare ad avere troppi bambini poveri ai quali chiediamo di competere con chi è partito cento metri avanti.

VITERBO – Si torna a parlare di un tetto agli alunni stranieri nelle classi. Ma una scuola che conta i passaporti e non misura le disuguaglianze rischia di guardare dalla parte sbagliata. La frattura più profonda non passa tra italiani e immigrati, passa tra chi nasce avendo quasi tutto e chi arriva a scuola senza quasi niente.

C’è qualcosa che non convince nel dibattito sul tetto agli studenti stranieri nelle classi, perché si prende un problema reale, quello dell’integrazione e soprattutto della conoscenza della lingua italiana, e lo si trasforma in una questione di percentuali, come se il destino di una classe dipendesse dal numero dei cognomi stranieri scritti sul registro.

Giorgia Meloni ha annunciato un provvedimento sul numero massimo di studenti stranieri nelle classi sostenendo che non debba accadere che i bambini italiani si sentano una minoranza, mentre già oggi esistono indicazioni ministeriali che prevedono, con possibilità di deroghe, una soglia del trenta per cento per gli alunni con cittadinanza non italiana.

Ma è proprio qui che bisognerebbe fermarsi. Perché che cosa stiamo contando? Il passaporto oppure le difficoltà?

Un bambino nato a Viterbo da genitori rumeni, che parla italiano da quando ha pronunciato la prima parola, che ha frequentato il nido e la scuola materna insieme ai suoi compagni, viene classificato come straniero, mentre un bambino italiano che vive in una famiglia povera, con genitori disoccupati o scarsamente scolarizzati, senza una stanza per studiare, senza libri, senza computer, senza possibilità di frequentare un corso d’inglese, andare in palestra o ricevere una ripetizione di matematica, entra invece tranquillamente nella quota degli italiani. Allora dov’è il problema educativo? Nel passaporto del primo o nelle opportunità negate al secondo?

Naturalmente esistono ragazzi arrivati da poco in Italia che non conoscono la lingua, ed è evidente che una classe con molti studenti in questa condizione può incontrare difficoltà enormi, ma quello è un problema linguistico e pedagogico, non etnico, e andrebbe affrontato per quello che è, distinguendo chi è appena arrivato da chi magari è nato sotto casa nostra e parla italiano meglio di tanti italiani.

Gli stessi dati INVALSI raccontano una storia molto meno elementare degli slogan. Gli studenti stranieri di prima e seconda generazione registrano mediamente risultati inferiori in Italiano e Matematica, ma il divario tende a ridursi nel corso della scolarizzazione e le seconde generazioni presentano generalmente distanze inferiori rispetto a chi è arrivato dall’estero. È esattamente ciò che dovrebbe interessare una politica scolastica seria, capire dove nasce lo svantaggio e intervenire lì, perché c’è una segregazione molto più antica di quella che oggi riempie il dibattito pubblico, soltanto che non si vede dalla fotografia della classe.

È la segregazione economica: ci sono bambini che a sei anni hanno già viaggiato, possiedono decine di libri, hanno genitori laureati che leggono con loro, imparano una seconda lingua, frequentano sport, teatro e musica, hanno un computer personale e una camera nella quale studiare. Poi ci sono bambini italiani e stranieri che queste cose non le hanno mai viste. Entrano tutti dalla stessa porta della scuola, ma non partono affatto dallo stesso punto: questa dovrebbe essere l’ossessione della scuola pubblica.

Non stabilire quanti stranieri possano sedersi in una classe, ma impedire che il reddito della famiglia decida a dieci anni quale futuro avrà un bambino.

Perché possiamo anche costruire una classe composta al cento per cento da ragazzi con cittadinanza italiana e aver realizzato ugualmente una classe socialmente disperata, oppure avere una classe con molti ragazzi di origine straniera perfettamente integrati, capaci di parlare italiano, studiare e ottenere risultati eccellenti. Il cognome non misura il disagio, la cittadinanza non misura la povertà, il colore della pelle non misura la preparazione scolastica.

Se un ragazzo non conosce l’italiano bisogna insegnarglielo, rapidamente e seriamente, con personale, corsi intensivi e strumenti adeguati. Se una scuola concentra troppo disagio sociale bisogna evitare che diventi il luogo nel quale vengono raccolte tutte le difficoltà di un quartiere. Se una famiglia non possiede gli strumenti economici e culturali per sostenere un figlio bisogna fare in modo che proprio lì la scuola sia più forte, non più debole. Questo è il punto che rischia di sparire quando la discussione diventa semplicemente italiani contro stranieri.

Sarebbe ancora più grave se la scuola finisse dentro una competizione elettorale giocata sulla paura della minoranza, perché sui bambini bisognerebbe avere almeno il coraggio di non fare propaganda. Le maggioranze politiche passano, le campagne elettorali finiscono, i ragazzi che abbiamo diviso male nelle classi rimangono. Forse allora il tetto di cui dovremmo parlare è un altro: è quello che un bambino povero trova sopra la propria testa quando nasce, quello che gli permette di vedere i piani superiori ma rende terribilmente difficile raggiungerli.

Può chiamarsi Mohamed oppure Francesco, avere genitori nati a Tunisi, a Viterbo o a Caltanissetta: alla scuola pubblica dovrebbe interessare relativamente poco. Dovrebbe interessarle molto di più una domanda: quanto è distante, nel giorno in cui entra in prima elementare, dalla linea di partenza del figlio di una famiglia benestante? Perché se vogliamo davvero parlare di uguaglianza nelle nostre classi, è da lì che bisogna cominciare.

Il problema della scuola italiana non è avere troppi bambini stranieri. È continuare ad avere troppi bambini poveri ai quali chiediamo di competere con chi è partito cento metri avanti.

800 Monastero
Angel porta un messaggio divino fra gli uomini, che non lo capiscono; o lo capiscono troppo tardi. Non lo hanno capito neppure a Radio1 Plot Machine…
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
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Un uomo che ha capito che tutto il successo del mondo non vale quanto la possibilità di riposare all'ombra di un castagno che hai piantato con le tue mani.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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