
VISTO DALLA GENERAZIONE Z – Il ruolo dei giovani nella società contemporanea è una matassa intricata di nodi, fatta di esperienze, contraddizioni e sfide quotidiane. Tra precarietà lavorativa, crisi climatica, instabilità sociale e pressioni esterne ci muoviamo in un contesto che cambia rapidamente, ma in cui spesso fatichiamo a trovare un posto.
Siamo davvero la generazione del futuro o solo spettatori di un mondo che non ci appartiene?
Meritocrazia mancata
Ci sentiamo ripetere fin da piccoli che “chi si impegna, ce la fa”, che “il merito paga sempre”. Ma quante volte, nella realtà, questo si dimostra vero? In Italia, purtroppo, il concetto di meritocrazia è spesso più un ideale da manuale che una prassi concreta. Non basta studiare, non basta essere preparati, motivati o brillanti: troppo spesso, a fare la differenza sono le conoscenze giuste, la provenienza sociale, o un sistema che premia l’anzianità e la stabilità più che il talento.
Lo vediamo nei concorsi pubblici, dove regole farraginose e tempi infiniti scoraggiano anche i più determinati. Lo vediamo nel mondo del lavoro, dove le carriere sembrano bloccate da meccanismi opachi, e dove i giovani — nonostante i sacrifici e le competenze — faticano ad avere spazio e riconoscimento. È frustrante sentirsi dire di “non lamentarsi”, quando tutto intorno a noi sembra suggerire che impegnarsi non sia sempre sufficiente. E questo, più di qualsiasi esame, può creare un senso di vuoto, di rabbia, di sfiducia nel futuro.
Competizione tossica
Meritocrazie implica che chi si impegna, chi si sacrifica, chi dedica tempo allo studio e alla preparazione dovrebbe essere valorizzato. Ma quello che troppo spesso viene ignorato è il confine sottile tra valorizzazione e pressione tossica. Perché quando l’impegno diventa una corsa senza tregua, quando sbagliare sembra non essere più un’opzione, allora quella che chiamiamo “meritocrazia” si trasforma in una macchina che brucia energie, motivazioni e salute mentale.
Sempre più studenti e studentesse raccontano di vivere momenti di forte ansia, sensazioni di inadeguatezza, stati di burnout che arrivano ben prima del mondo del lavoro. Secondo una ricerca dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, quasi il 70% degli studenti italiani tra i 18 e i 25 anni dichiara di aver vissuto almeno un episodio di stress acuto legato allo studio. La fatica non è solo intellettuale: è emotiva, psicologica, spesso invisibile. E in troppi casi viene minimizzata o ignorata, come se fosse un effetto collaterale inevitabile.
Ci stanno davvero preparando al futuro?
Il sistema educativo, in molte delle sue forme, continua a premiare la performance più della crescita personale. Ci si misura in voti, in media, in crediti. Ma raramente si mette al centro la persona. Cosa ci resta dopo un esame superato? Ci sentiamo davvero più pronti ad affrontare il mondo? Più consapevoli delle nostre capacità? Non sempre. E questa è una domanda che dovremmo iniziare a porci seriamente. Perché il punto è proprio questo: la scuola e l’università ci stanno preparando davvero alla vita? Non solo al lavoro, ma alla complessità del mondo reale, fatto di relazioni, di imprevisti, di scelte difficili? Oppure ci stanno formando a un’idea rigida di successo, che lascia poco spazio all’errore, alla scoperta, alla possibilità di cambiare strada?
Un cambio di rotta
Serve un cambiamento di prospettiva. Un’educazione che accompagni davvero gli studenti nel loro percorso di crescita, che sappia riconoscere i talenti, ma anche i limiti. Che insegni ad affrontare la pressione, ma anche a chiedere aiuto. Che smetta di premiare solo chi riesce a “stare al passo” e inizi a valorizzare chi cerca il proprio ritmo. Non è facile, certo. Ma non possiamo continuare a ignorare il disagio che si nasconde dietro risultati eccellenti o carriere universitarie brillanti.
La salute mentale non può più essere un tabù, né qualcosa da affrontare solo quando “è troppo tardi” e noi, come generazione, abbiamo il dovere di parlarne. Di rivendicare il diritto a un’educazione che sia davvero formativa, non solo selettiva. Di costruire un modello che metta al centro non solo ciò che sappiamo fare, ma anche ciò che siamo. Di ridurre il divario tra ciò che impariamo sui banchi e ciò che ci serve per affrontare la vita.
Perché crescere non significa diventare perfetti. Significa imparare a conoscere sé stessi. E un sistema che davvero vuole formarci dovrebbe aiutarci – non ostacolarci – in questo percorso.


















