

TARQUINIA – Il mare, si sa, non è soltanto una distesa d’acqua che separa le genti; è, da che mondo è mondo, il vero palcoscenico della storia, il grande narratore di vicende umane. E proprio lì, dove oggi le Saline di Tarquinia disegnano il paesaggio con la geometria candida del sale, la terra ha deciso di restituirci un frammento del nostro ieri: un altro tassello di Gravisca.
Gravisca. Pronunciate questo nome e immaginate non un semplice scalo, ma un cuore pulsante. Per secoli, questo porto è stato il cardine su cui ruotava l’Etruria, la porta che Tarquinia spalancava alle grandi rotte del Mediterraneo. Qui non arrivavano solo merci, anfore di vino e ceramiche, ma idee, miti, culture che si fondevano in una sorta di proto-globalizzazione mediterranea, raffinata e cosmopolita.
Ebbene, in questi giorni di ritrovamenti, il Sindaco Francesco Sposetti e l’Assessore alla Cultura Roberta Piroli si sono recati in loco per incontrare chi, con pennello e pazienza certosina, sta liberando dal tempo questi resti. Un incontro, quello tra le istituzioni e gli archeologi della Soprintendenza, che non è pura formalità burocratica, ma un atto di consapevolezza civica.
“Ogni nuovo ritrovamento rafforza la nostra identità culturale”, osserva Sposetti. E ha ragione: perché la storia non è un libro chiuso, ma un corpo vivo che cresce. Guardare emergere i resti di Gravisca è un’emozione che appartiene all’intera comunità, come ben sottolinea l’Assessore Piroli, un riconoscimento del lavoro di chi, nel silenzio del campo, scava per ridarci la nostra stessa memoria.
C’è una bellezza tutta particolare in questo mestiere dell’archeologo: è l’arte di saper ascoltare il silenzio della terra. Gravisca torna a parlarci, e ci ricorda che la nostra bellezza, quella dell’Alto Lazio, è una bellezza antica, stratificata, fatta di scambi e di aperture verso l’orizzonte.
La tutela, la ricerca, la collaborazione tra chi governa e chi studia: ecco la vera politica della cultura. Una politica che non guarda al consenso del momento, ma al lascito per il domani. Perché, in fondo, quando si riporta alla luce una pietra di Gravisca, non si sta solo riscoprendo un porto etrusco: si sta ricordando a noi stessi che siamo eredi di una storia che non ha mai smesso di guardare verso il grande mare. E, in questo, c’è ancora tutto il nostro futuro.

















