

Recentemente sono stato invitato ad un dibattito a Roma dal titolo “L’omosessualità nella realtà di provincia”, organizzato da Arci Cultura Lesbica. Come psicologo dedico una parte del mio tempo negli sportelli d’ascolto scolastici, un osservatorio direi privilegiato per l’ascolto delle problematiche giovanili più comuni. Certamente ogni anno devo confrontarmi con quattro-cinque ragazzi che, durante la loro pubertà, scoprono la propria omosessualità.
Nella nostra realtà viterbese, coacervo purtroppo di mentalità arretrata e di un sentimento religioso mal interpretato, scoprire di rientrare in una minoranza è per alcuni dei nostri figli un vero e proprio shock. Una cosa da gestire più grande di loro. Eppure siamo nel 2014; l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto da anni e anni l’omosessualità come una “normale variante della sessualità umana”, a seguito di studi approfonditi, riflessioni, dibattiti con le personalità più eminenti della psicologia, della filosofia e della medicina.
Nelle grandi città è più facile per un giovane omosessuale fare “coming out”, trovare luoghi di ascolto e aggregazione dove sentirsi libero di essere ciò che è e di viversi come tale. E’ forse più facile fuggire da una famiglia non troppo aperta, avendo la possibilità di conoscere un numero più ampio di persone che lo accettino per quello che è. Una soluzione per questa emorragia di giovani è sicuramente il coraggio di mostrarsi per quello che si è, avendo il supporto delle associazioni locali; ma quello che maggiormente conta è l’istruzione nelle scuole. L’educazione alla diversità di tutti. Come si è riusciti a sconfiggere il “nonnismo” negli ambienti militari, è ora giunto il momento di combattere l’omofobia tra i giovani, visto che per le vecchie generazioni difficilmente c’è speranza.

















