
Alcuni storceranno il naso che un ateo convinto come me possa essere così affascinato dalla Macchina di Santa Rosa e dai bozzetti disegnati da tanti concittadini. Una festa meravigliosa che da alcuni giovani (almeno tastando il polso nelle classi delle scuole dove presto servizio come psicologo scolastico) è snobbata e considerata retrò, non all’avanguardia. È nella natura della nostra cultura occidentale, da adolescenti, rifiutare la tradizione: i valori della generazione precedente, i costumi in uso, le usanze secolari. Eppure non si può non rimanere affascinati dal grande sforzo creativo di tanti artisti, architetti e ingegneri che hanno voluto dedicare molto del proprio tempo libero nell’ideazione del “campanile che cammina”, una tradizione di cui essere orgogliosi.
La macchina di Santa Rosa non è solo un atto di devozione religiosa, ma un momento di partecipazione di tutti i cittadini (anche laici) che esaltano la tradizione, la fierezza di appartenere a una città, uno spirito comune in onore della nostra viterbese più illustre: la promessa di un tempo immutabile. Vorrei soffermarmi sull’aspetto della gara di appalto, sullo sforzo creativo dei bravissimi partecipanti, un lato più pragmatico, ma sicuramente non meno spirituale. C’è tanto bisogno di creatività, nella nostra comunità. È proprio per la mancanza di questa che siamo finiti primi nella triste lista delle città che ha maggiormente subito la crisi economica in Italia. È proprio per mancanza di creatività, di una visione alternativa e di un pensiero tangenziale che non siamo riusciti in questi anni a stare al passo con i tempi. Ci siamo arresi, abbiamo abbassato le serrande e non siamo andati a pescare (anche a copiare) altre realtà più emergenti e brillanti.
È proprio dalla tradizione invece, che possiamo raccogliere la linfa vitale per la nostra economia. E in questo “Gloria”, la nostra nuova macchina firmata Raffaele Ascenzi, è riuscita benissimo. Cogliendo sapientemente il canone della tradizione architettonica, il Renzo Piano di casa nostra è riuscito a fondere la tradizione, il sentimento, gli elementi più sublimi della nostra architettura (in primis il reliquiario regalato alla città da Pio XI nel 1929) proponendo una bianchissima opera destinata a conquistare i nostri cuori con un’innata eleganza.
Una modernità assoluta nella tradizione a cui sono stati tolti orpelli e magnificenze, per riportare la macchina ad un’essenza di purezza che trasuda bellezza, ma anche umiltà. E quest’anno c’erano anche altri progetti che sono riusciti in questo intento, anche troppi. Deve essere stato davvero difficile scegliere la migliore per la commissione. Ora seguirà immancabilmente il clima della dietrologia, il sospetto (la sfiducia in qualunque uomo al potere che è serpeggiante in ogni cittadino medio) e qualcuno sicuramente affermerà che il concorso possa essere stato falsato, che si sia voluto premiare il “nome” di turno. In questa diatriba mi piace pensare che tutto si sia svolto regolarmente. Continuo a ritenere impensabile l’assenza di un membro della Curia o di un rappresentante dei facchini nella giuria, e lo dico da anticlericale assoluto; ma nella pretesa del Comune di scegliere da sé, colgo un’arroganza non rispettosa della tradizione, soprattutto religiosa, che la macchina e Santa Rosa incarnano.
Il mio appello ai viterbesi è questo: portiamo nell’economia locale quell’arditismo, quella creatività, quella sana competizione che ha caratterizzato il concorso per la Macchina di Santa Rosa. Come non abbiamo avuto paura di presentare un progetto inusuale, lo stesso possiamo fare nell’aprire un negozio, un locale, un giornale, un nuovo servizio per i cittadini.


















