
Quando leggo dei nostri ragazzi morti sull’asfalto ancora mi capita di ascoltare “è stata una fatalità, un tragico destino”. Come se fosse scritto da qualche parte. Ma non è un caso. Gli incidenti stradali si possono ridurre, li possiamo combattere. Una diminuzione del 33% in questi 10 anni significa che migliaia di persone sono state salvate, camminano e vivono con noi perché è stata applicata una serie di contromisure, sia da parte delle case automobilistiche, sia politiche, sia sociali.
Due sono le cause principali di queste morti (evitabili): l’alta velocità e la guida in stato psicofisico alterato da alcol e droghe. Studi della commissione Europea stimano che l’alcol alla guida è responsabile di circa il 30% delle morti tra i conducenti. Diecimila morti l’anno in Europa. Pensate alle contromisure adottate dagli Stati Uniti al terrorismo: l’attacco dell’11 settembre ne ha provocate meno di 3000.
Come mai sottovalutiamo così tanto il pericolo dell’alta velocità? La scienza psicologica ci ha fornito una risposta veramente promettente in questi ultimi anni. Immaginate di camminare su una stretta asse di legno, come un equilibrista, a 10 metri di altezza. Avremmo tutti paura di farlo e sono convinto che anche una consistente somma di denaro non ci farebbe desistere dall’idea di rimanercene al sicuro. Questo perché la nostra specie umana ha sviluppato, nei millenni, un sistema di sicurezza che ci fa provare una gran paura delle accelerazioni verticali.
Da meno di cento anni invece, un tempo – evoluzionisticamente parlando – irrisorio, abbiamo inventato dei mezzi che viaggiano a grandi velocità, di cui però non abbiamo ancora sviluppato una reale percezione del pericolo. Muoversi a 100 Km/h è molto più pericoloso in caso di urto che cadere dalla nostra asse da 10 metri di altezza. Eppure corriamo ignari del pericolo, soprattutto perché sopravvalutiamo la nostra capacità di controllo del mezzo e anche il comportamento degli altri alla guida. Non abbiamo sviluppato la prudenza che, riguardo le altezze, abbiamo sviluppato in tanti secoli di evoluzione, quando i nostri progenitori si arrampicavano sugli alberi.
Inoltre durante l’adolescenza è molto importante mostrarsi freddi, coraggiosi, impavidi; anche questo un meccanismo innato, coadiuvato dal testosterone, che spinge i nostri ragazzi a sottovalutare il pericolo e premere sull’acceleratore. In poche parole, tutte le ricerche psicologiche svolte in questi anni sostengono che i nostri geni – il nostro comportamento innato – non favorisce una guida prudente, soprattutto nei maschi adolescenti. Dobbiamo lavorare su un fattore che rende noi uomini speciali: l’apprendimento e la cultura.
Possiamo insegnare ai nostri ragazzi questi meccanismi, anche a scuola, e far passare il messaggio che un vero uomo è saggio e prudente, non corre rischi inutili. Possiamo trasmettere l’idea sacrosanta che chi corre al volante – soprattutto dopo aver bevuto – è una persona immatura. Nessuno deve salire su un’auto guidata da una persona che non è in ottime condizioni psicofisiche.


















