
C’era una volta il posto fisso, invece adesso date le radicali trasformazioni del mercato del lavoro, la flessibilità lavorativa è diventata ormai un ingrediente strutturale della vita professionale di un numero sempre crescente di italiani. Ma, contrariamente al passato, il lavoro atipico non riguarda soltanto i giovani alla ricerca del primo impiego, ma anche e soprattutto, lavoratori adulti di età compresa fra i 30 e i 40 anni. In altre parole, per molti lavoratori la flessibilità lavorativa non rappresenta più una modalità d’ingresso nel mondo del lavoro ma una condizione professionale permanente. Per alcune persone la flessibilità lavorativa viene vissuta come un opportunità che permette di sperimentare diverse realtà professionali e di potersi “ritagliare su misura” una condizione lavorativa in armonia con il proprio progetto di vita e le proprie ambizioni professionali. Tuttavia, tale condizione riguarda un’esigua e fortunata minoranza (meno del 10%) dei lavoratori atipici, per la stragrande maggioranza dei lavoratori l’atipicità lavorativa è una scelta obbligata, determinata dal fatto le aziende tendono ad offrire solo contratti atipici.
Tuttavia, “flessibilità” non fa rima con la libertà di autogestire il proprio tempo come meglio si crede, ma per il 77% del campione la flessibilità ha significato meno libertà, meno diritti e peggiori condizioni di lavoro. La maggior parte dei lavoratori atipici ritiene, infatti, che la flessibilità lavorativa non generi un maggior controllo sulla propria vita, ma che piuttosto ostacoli la capacità progettuale, minando alla base la possibilità di operare qualsiasi pensiero sul futuro. In moltissimi casi, i lavoratori atipici, soprattutto quelli di sesso femminile, sono costretti ad accontentarsi di retribuzioni basse e senza una cadenza mensile periodica. In tali condizioni di incertezza lavorativa ed economica, diventa difficile pensare a un futuro. Aspirazioni normali come sposarsi, comprarsi una casa ma soprattutto mettere al mondo un figlio diventano sogni irraggiungibili per un lavoratore atipico. Molti di loro si trovano così a vivere, anche dopo aver superato la soglia dei trenta/trentacinque anni in una condizione di forzata adolescenza caratterizzata dalla dipendenza economica dai genitori e dalla difficoltà ad avere una propria autonomia.
Come gli psicologi ben sanno, l’impossibilità di fare progetti per il futuro è un fattore che può favorire la depressione. Inserirsi nel mondo del lavoro può essere difficile ma non bisogna scoraggiarsi: con il tempo, impegno, formazione continua e un pizzico di spirito di sacrificio, si può riuscire ad avere una carriera professionale appagante. Molti lavoratori atipici vivono la loro condizione con un senso di vergogna e con la sensazione di essere degli incapaci e di aver sbagliato tutto nella vita. Certo, è comprensibile, dopo molti colloqui andati male o dopo un contratto che non è stato rinnovato, scoraggiarsi e perdere la fiducia in se stessi. Tuttavia, bisogna cercare di considerare la propria situazione lavorativa da una prospettiva più ampia. Le vostre attuali difficoltà lavorative sono comuni a moltissimi altri giovani e dipendono da una serie di fattori alcuni dei quali fuori dal vostro controllo.
Per esempio, se siete donne, con una formazione umanistica e vivete al sud, avrete già in partenza più difficoltà a trovare lavoro rispetto ad un uomo con una formazione tecnico/scientifica che vive al nord. A prescindere dai fattori anagrafici, dietro ad un contratto non rinnovato ci possono essere tanti fattori: per esempio la scelta di non rinnovarvi il contratto può dipendere da cause interne all’azienda e non significa necessariamente che avete lavorato male. Quindi, anche quando un’esperienza lavorativa non è andata a buon fine, continuate a credere di avere tutte le qualità necessarie per realizzarvi professionalmente. Molti giovani dopo aver visto sfumare ingiustamente delle prospettive lavorative, diventano fatalisti e smettono di fare qualcosa per cercare di migliorare la loro situazione. Per esempio, se sono disoccupati, rinunciano a spedire in giro il loro curriculum perché ” tanto assumono soltanto i raccomandati“. Se hanno un lavoro, sicuri che non saranno riconfermati, fanno il minimo indispensabile o addirittura cercano di imboscarsi durante l’orario di lavoro con giustificazioni del tipo “l’azienda mi sfrutta, perché non devo essere io a sfruttarla?”.
È inutile dire che con una mentalità così negativa difficilmente si riuscirà a ottenere qualcosa di buono. È invece importante ripetersi che le persone che valgono alla fine hanno successo nel lavoro e nella vita e che questo sarà il vostro caso, se continuerete a impegnarvi. La differenza fra il successo o l’insuccesso può essere costituita da un curriculum non mandato o da una telefonata non fatta. Per realizzarsi professionalmente non conta tanto non fare errori, ma imparare da questi. Imparare dai propri sbagli può rivelarsi addirittura un’occasione di crescita. È importante cercare di capire perché certe esperienze non sono andate a buon fine: se avete spedito centinaia di curriculum vitae ma non siete stati chiamati nemmeno per un colloquio, significa che sbagliate qualcosa : forse il vostro c.v. non è scritto bene, oppure non è compatibile con il posto per il quale vi state candidando. Ad ogni modo conoscere i propri punti deboli e impegnarsi per superarli, è la base del successo nel lavoro. Un consiglio: non limitatevi a cercare un lavoro qualsiasi, optate per una mansione che in qualche modo sia in linea con le vostre aspirazioni e con la vostra formazione. Molte persone, colte dallo scoraggiamento, accettano qualsiasi lavoro sia offerto, sia coerente o meno con il loro percorso scolastico e professionale. Per esempio, fanno per sei mesi l’impiegato in un azienda, poi per tre mesi gli animatori turistici, per un anno i baristi in discoteca, per altri sei mesi fanno il recupero crediti.
Il rischio di passare da un lavoro a un altro senza soluzione di continuità è quello di ritrovarsi a 35 anni senza aver acquisito una vera professionalità e con un curriculum generico e poco spendibile nel mondo del lavoro. Per riuscire a “cavarsela” in un mercato del lavoro così competitivo, occorre impegnarsi in un costante miglioramento della propria professionalità. Questo significa che, anche se avete terminato gli studi, dovete essere disposti a investire nella vostra formazione. Non vi hanno rinnovato il contratto e non riuscite a trovare un altro lavoro? Approfittate di questa momentanea condizione di disoccupazione per acquisire nuove competenze che possono permettervi di migliorare la vostra posizione. Questo è il momento migliore per perfezionare il vostro inglese, per apprendere un’altra lingua, per migliorare le vostre conoscenze informatiche e via dicendo. La maggior parte delle persone aspira al classico posto in ufficio o a “sistemarsi” vincendo un concorso.
Invece, il consiglio che mi sento di darvi è quello di cercare dei percorsi professionali alternativi che tengono conto dei propri interessi e delle proprie attitudini. Per esempio, lavoricchiate come segretaria, pur odiando di cuore i bilanci e la prima nota, ma avete un segreto talento per la ricostruzione delle unghie? Potreste affiancare la vostra attività segretariale a un’attività di ricostruzione delle unghie in casa vostra durante le ore serali o nel fine settimana con una clientela di amici e conoscenti. E se l’iniziativa ha successo, farne in un secondo tempo un’attività vera e propria. Un suggerimento: le abilità manuali costituiscono una risorsa tanto preziosa quanto sottovalutata. È bene non dimenticare, per esempio, che un idraulico può essere una figura professionale più pagata e più ricercata di un impiegato.


















