

EDITORIALE – C’è un limite a tutto, o almeno così dovrebbe essere. Un confine invisibile ma invalicabile che separa la dialettica politica – per quanto aspra, ruvida, talvolta persino fastidiosa – dal patrimonio identitario di un’intera comunità. Questo confine, in questi primi giorni di luglio, è stato non solo superato, ma bellamente ignorato. Santa Rosa è finita nel tritacarne della campagna elettorale (anche se con meno veemenza di quanto accadde lo scorso anno). E il fatto che la Macchina, Dies Natalis, sia già montata a San Sisto, è diventato ancora il pretesto per una contesa di basso profilo, una sentinella di quella pochezza analitica che sta diventando la cifra di chi, per pura brama di potere, è disposto a tutto.
Il montaggio anticipato della Macchina — una novità assoluta legata al Giubileo nel 2025 e replicata oggi — è stato subito fiutato come un’arma impropria. C’è chi ha deciso di “pompare” ad arte lo scontento, non perché il cittadino medio si sia svegliato indignato, ma perché serviva un argomento per “sparare” su chi oggi siede a Palazzo dei Priori. È la politica della miopia, quella che non guarda al bene della città ma al tornaconto di parte.
Ma qui c’è un errore che va oltre la semplice tattica elettorale. È un errore di sostanza, quasi di grammatica istituzionale. I “paladini” della tradizione, quelli che si stracciano le vesti perché la Macchina è montata un mese prima e temono che venga “svilito” il 3 settembre, dimenticano – o fingono di dimenticare – un dettaglio non da poco: il Sodalizio dei Facchini.
Criticano il montaggio anticipato? Bene. Ma sappiano che, nel farlo, stanno criticando chi la tradizione la custodisce, la vive e la garantisce ogni giorno. La Macchina non è un oggetto di proprietà del sindaco di turno, né un monumento da montare o smontare a piacimento dell’amministrazione. Su Santa Rosa non si muove foglia che il Sodalizio non voglia. Se Dies Natalis è lì, a San Sisto, è perché il Sodalizio ha condiviso e voluto questa scelta. Punto.
Il Sodalizio è il custode, il guardiano, il garante. Ed è proprio il Sodalizio, giova ricordarlo, che ha guidato la candidatura che ci ha portato il titolo Unesco. Mettere in discussione questa scelta significa, in ultima analisi, mettere in discussione il ruolo stesso di chi ha permesso che la nostra tradizione diventasse patrimonio dell’umanità. Oltre che ronzare come zanzare intorno alle stelle spalle che la Macchina la portano.
C’è una spregiudicatezza in tutto questo che fa tremare i polsi. Gli “spregiudicati”, quelli disposti a calpestare ogni equilibrio e a strumentalizzare ogni simbolo pur di racimolare un voto, sono figure che andrebbero tenute lontano dalla gestione della cosa pubblica. E le urne, quando sarà il momento, sono il luogo ideale dove confezionare la giusta risposta: una “legnata” democratica, un segnale che certifichi quanto la città sia stanca di questi giochetti.
A chi è rimasto “traumatizzato” dal vedere la Macchina già montata, a chi teme che l’emozione del Trasporto svanisca per un mese di anticipo, consigliamo una soluzione semplice: cambiate strada. Evitate di passare per Porta Romana. Ma, soprattutto, evitate di inquinare il clima che precede la nostra festa con polemiche pelose, sterili e insensate.
Fermi, come direbbe il capofacchino. La politica faccia il suo corso, la campagna elettorale si combatta pure, ma Santa Rosa resti sacra. Fuori dal gioco delle parti, fuori dal fango delle ambizioni personali. La Macchina è di Viterbo, non di chi pensa di potersene servire per scalare il Palazzo.



















