
EDITORIALE – La narrazione ha un effetto e può costruire eccellenze come distruggere alcune situazioni. Il potere delle parole è un qualcosa di cui i più hanno scarsa consapevolezza. Le recenti scienze – sempre meglio utilizzate dalle grandi multinazionali e dalle eccellenze planetarie dei vari settori (anche quello religioso) – come “l’architettura delle decisioni” ne forniscono prove ed evidenze concrete e inconfutabili. Le neuroscienze e lo studio sempre più dettagliato del cervello umano sono in grado di spiegare gli effetti di determinate strutture linguistiche o di semplici parole.
Qualche giorno fa ci siamo trovati a parlare con un imprenditore del territorio. Facevamo un ragionamento sulla città (sì perché gli imprenditori veri guardano non solo la propria azienda ma anche il contesto dove questa si trova ad abitare) e a un certo punto se ne esce con una domanda: “Qual è il quartiere migliore di Viterbo?”.
Ci penso un secondo e fornisco una risposta: “Beh la zona del Barco-Murialdo-Cappuccini”. Lui sorride e continua: “Se lo chiedi a dieci viterbesi almeno nove ti rispondono così e questo fa anche il prezzo delle case nelle varie zone. Ma il quartiere migliore in realtà è Santa Barbara”.
Confesso che mentre sentivo questo ho avuto l’istinto di ridere ma mezzo secondo dopo ho capito. Effettivamente si tratta di un quartiere nuovo (a differenza di quelli indicati da me), con strade larghe, tanto verde e tutti i servizi: da quelli commerciali a quelli sportivi.
“Vedi – continua l’imprenditore – si sono fregati da soli. Hanno pianto tanto e si sono raccontati da soli, parlo dei residenti, come un quartiere dormitorio, come una parte della città sempre trascurata e alla fine la percezione è che quella sia una delle zone che vale meno della città anche se non è vero. L’intera di Viterbo rischia di fregarsi da sola, come Santa Barbara. Questo perché c’è chi, per vari motivi che non mi interessano, tende a elevare all’ennesima potenza le problematiche. Poi c’è il piagnisteo dei social, di persone deluse di se stesse che trovano su internet il proprio sacco a cui tirare pugni. Chiaramente i problemi ci sono, come in tutte le città, ma quello che viene detto e scritto fa danni enormi a tutti, anche a chi magari lavora e vorrebbe solo vivere tranquillo e non ha tempo di giggionare sui social”.
Al Museo Egizio di Torino, negli ultimi anni, è stato fatto un restyling importante. Chi scrive ha visitato, nel tempo, quel Museo sei-sette volte. Da metà anni Novanta fino a pochi mesi fa. Il nuovo direttore ha voluto un allestimento che mette al centro i geroglifici, quindi la parola. In una delle stanze del Museo c’è una spiegazione che racconta una prospettiva interessante che suona così: “Per gli antichi egizi le parole erano importanti perché l’atto stesso di pronunciare una parola portava nel mondo quella cosa a cui si riferiva. Per questo alcune erano proibite e utilizzarle o pronunciarle veniva punito anche con la morte”.
Un’ossessione per le parole, figlia di una cultura consapevole degli impatti che queste hanno sui cervelli. Recentemente, ascoltando un podcast sull’argomento del linguaggio, mi è capitato di imbattermi sul tema del potere delle parole. Studi di neuroscienze dimostrano che in uno scambio comunicativo tra due persone se uno dei due utilizza spesso le parole “rapidamente”, “velocemente” e simili entrambi avranno una percezione alterata del tempo del dialogo del 30%. Più esattamente chiedendo ai due: per quanto tempo avete parlato? La risposta darà in media un tempo inferiore del 30% rispetto al reale che in genere viene percepito con esattezza in un dialogo senza l’utilizzo “tattico” di queste parole.


















