

IL CORNER DEL PROFESSORE – È figlio della terra e del fuoco, nasce a 1000 gradi e si adagia sulla superficie terrestre. Invecchia meravigliosamente ed esalta chiunque gli stia vicino. A volte si nasconde sotto i muschi. Altre sotto la terra portata dal vento ma ci aspetta sempre pronto, appena sotto la superficie. Per tutti noi, abituati a tanto, si chiama semplicemente peperino. Per il resto del mondo è una pietra viva e dominante non ornamentale. Silvio Xomperio CEO della Margraf, industriale del marmo e delle pietre, lo compra da noi a 1 e lo vende a 6, fa bene. Anche il peperino è una delle perle della collana rotta che è la Tuscia. Metterle insieme e presentarle a modo significa orgoglio e ricchezza per tutti.
Nei giorni prima al periodo 1-3 maggio, i turisti hanno chiesto, a chiunque desse loro attenzione “cosa costruite di bello?”. A loro bastava anche quello. Ai fortunati accorsi nei giorni di festa per caso o attratti dagli eco della manifestazione devota alla bellezza, non è sembrato vero assistere al trionfo dell’armonia basata sulla dicotomia tra fiori e peperino. Quattro turisti inglesi mi hanno confidato: “Viviamo sentimenti contrapposti: da una parte vogliamo tenere per noi questa meraviglia come se fosse nostra per averla scoperta; dall’altra siamo sicuri che, raccontandola con immagini, attirerebbe milioni di visitatori”.
Noi abitanti della Tuscia siamo baciati dalla fortuna. Il peperino caratterizza la nostra unica ambientazione medievale e i fiori lo esaltano al meglio. Sussurra ad orecchie sensibili: racconta di sapienza antica e glorioso passato. Appare immutabile ma cambia colore con le stagioni ed il sole. L’architetto Cristian Ciucciarelli, progettista responsabile della edizione 2026 di San Pellegrino in Fiore, lo ha presentato al meglio. Nota di un rompiscatole, che sarei io, “i suoi rendering sono identici alla realizzazione. Onore alla sua capacità sia grafica che realizzativa”. Quest’anno San Pellegrino in Fiore è stato bello, elegante e sicuramente un successo. Ovviamente la torre di piazza San Carluccio è oggetto di mille riflessioni ma, così è, siamo abitudinari e restii alle novità: ci destabilizzano.
Tiro le somme: risultato raggiunto, turisti contenti. Ed il prossimo anno? È finita l’era del bando targato Silvio Franco e delle sue logiche basate su geometrie medievali. Ci abbiamo provato. Dobbiamo tornare alla passeggiata tra i fiori, almeno secondo me. I geni, Armando Male e Fabio Fontana, hanno illuminato il mondo con la loro creazione. Copiamoli, avevano ragione loro. Prima di San Pellegrino in fiore degli anni 80-90 e del maresciallo Rocca, Viterbo non era su alcuna mappa turistica, nazionale o internazionale. Perché cambiare quello che funziona? Qualcosa si è rotto con la cessione del marchio da parte dei due benefattori al Comune: non c’è più un gruppo che si dedica. Lavoravano ad una edizione per mesi, a volte tutto l’anno, sempre come volontari. In molti partecipavano e i vivai facevano a gara. Cosa succede oggi? Un progettista e qualche vivaio. Tutti rigorosamente pagati dalle nostre tasse, come è giusto che sia. Il rammarico per la non partecipazione da parte di abitanti e negozianti delle vie interessate è figlio dei tanti soldi spesi. Non credo che si torni indietro però qualcosa si può fare: il tenore del prossimo bando deve rispecchiare l’intuizione geniale iniziale: una passeggiata tra i fiori.
Aspetto interessante: ricordo che il grande Malè ha fatto l’infermiere. Perché limitare ad architetti, ingegneri e agronomi? Mi sembra ovvio che gli infermieri possono dare molto al riguardo. Come gli infermieri chiunque mosso da sincero amore per il peperino e la nostra tradizione. Nessuno mi chiederà aiuto ma io e 60.000 viterbesi saremmo pronti a darlo per una delle tre feste determinanti nella nostra vita: Santa Rosa, San Pellegrino in Fiore e Natale.



















