
E ora c’è il caso Ferento. Non c’è pace nella cultura viterbese, ogni giorno ne spunta fuori qualcuna. E visto che il lago dei fondi pubblici è sempre più ristretto il rischio che diversi pesci rimangano senz’acqua si fa continuamente più alto.
Le manifestazioni non reggono sul mercato e hanno bisogno dei “rinforzi” istituzionali. Gli sponsor privati non si vedono come “i due leocorni” della celebre canzoncina e la capacità di attingere a bandi europei è più bassa di un “borgognone” (antica unità di misura viterbese che potete trovare a piazza del Gesù, proprio sopra la fogna dell’omonimo palazzo).
E l’aspirante capitale italiana della cultura affonda tra la sua boria, i suoi personaggi triti e ritriti, i soliti format e una pappetta che spesso è possibile chiamare cultura, festival o con altri roboanti titoli solo perché stiamo in un angolo della provincia italiana. Nella speranza sempre che da altre parti del mondo non ci guardino.
Il panorama culturale viterbese è una selva, piena di bestie feroci. Pronte ad azzannarsi per contendersi gli ultimi scampoli di fondi pubblici. Parole come “punto d’equilibrio”, “giusta dimensione”, “capacità attrattiva”, “apertura al mondo” non sono neanche contemplate. Così come “sinergie”, “meritocrazia”, “concorrenza”.
In tutto questo rischia di morire anche la stagione di Ferento, il teatro di pietra.
I viterbesi dovrebbero salvarla mettendo mano al portafoglio e acquistando i biglietti e andando a vedere gli spettacoli. Ma dovrebbero solo se ci tengono, solo se pensano che Ferento sia un qualcosa di loro, che appartiene a questa comunità. Stesso atteggiamento da tenere verso altri festival. Non possiamo tenere in vita le cose solo perché esistono, rischieremmo di buttare risorse e bloccare il futuro.
Anche la moda dell’appello al salvare tutto funziona più poco, perché è bene sempre scegliere cosa salvare. Specie di questi tempi.
C’è però una cosa che non capiamo di tutta questa storia di Ferento.
Il Michelini del 2013 si elevò a paladino, portando Branduardi e altra roba che ci lasciò perplessi. A distanza di due anni rischiano di non esserci più neppure i soldi per la stagione teatrale? Tutto legittimo, per carità. Anche cambiare idee ma se due anni fa Ferento era una risorsa, un bene da ridare ai viterbesi, cosa è cambiato oggi?


















